La notte scorsa l’ex area militare di Licola è stata avvolta dalle fiamme, uno spettacolo terrificante visibile da chilometri che ha svegliato residenti e automobilisti con un senso di incredulità e rabbia. “Le fiamme sembravano ingoiarsi la notte, una scena da film horror” ha detto un abitante, e la sua testimonianza suona come un promemoria crudele: i pericoli erano noti, eppure l’area è rimasta a lungo abbandonata. Non stiamo parlando di un episodio isolato né di un disservizio minore: è l’istantanea di una politica della trascuratezza che tollera spazi lasciati a se stessi fino a quando non esplodono, letteralmente, trasformandosi in emergenze che gravano su famiglie, automobilisti, commercianti e servizi pubblici.
Chi paga il conto del lasciare che tutto vada a fuoco?
La domanda non è retorica: chi ha il dovere di vigilare, recintare e progettare un futuro diverso per questi luoghi continua a non darsi una risposta convincente. Il Palazzo sotto il Vesuvio è chiamato in causa per la gestione urbana, La Ditta delle Promesse per la programmazione territoriale, e Il Controllore di Cerimonie per la gestione degli allarmi istituzionali: non sono nomi da cabaret ma attori pubblici che fanno a turno a comunicati e promesse mentre il terreno brucia. Non è consentito inventare colpe senza indagine, ma si può osservare che l’abbandono facilita ogni forma di rischio — incendi dolosi, roghi accidentali, discariche spontanee — e che la narrativa ufficiale sui progetti futuri è spesso fatta di slide e fotografie patinate, non di recinzioni, vigilanza o piani di riqualificazione reali e finanziati.
Le conseguenze pratiche sono visibili: fumo, compromissione della qualità dell’aria, costi per i vigili del fuoco e per la viabilità, ansia diffusa tra chi abita nelle vicinanze. I cittadini chiedono risposte semplici e concrete: messa in sicurezza, bonifica, un destino funzionale per quell’area che non sia il ricorso periodico alle sirene. La Sala d’Attesa Collettiva e gli enti sanitari locali faranno i loro rilevamenti, ma la prevenzione non può essere delegata solo alla conta dei danni dopo l’incendio. Oggi servono atti amministrativi che traducano la retorica della riqualificazione in interventi visibili: vincoli chiari, controlli, progetti pubblici che non restino sulla carta. E se la politica fatica ad assumersi la responsabilità, lo spazio verrà preso dai privati o dal degrado: scelta facile da prevedere, meno semplice da accettare per chi paga le tasse e vive dove qualcuno decide di non decidere.
Il rogo di Licola è una domanda rivolta a chi governa e a chi promette: preferite le conferenze stampa con le slide o le opere che impediscono ai cittadini di respirare paura? La risposta dirà molto sul tipo di città che vogliamo — e su quanto a lungo tollereremo che i nostri spazi diventino incendi annunciati.