Che ci insegna il mondo — dal Giappone, dove dopo tre settimane restano ancora 3.000 sfollati, alla Colombia, dove l’impegno pubblico e privato ha visto anche personaggi come Shakira finanziare scuole e ricostruzione? Che non basta reagire: serve pianificazione pratica e infrastrutture pronte, e molte di queste esistono già nella cintura metropolitana di Napoli — sono gli impianti sportivi.
Gli stadi, i palazzetti e le palestre delle società di quartiere non sono solo luoghi di tifo: sono strutture diffuse, spesso con spogliatoi, servizi igienici, aree coperte e accessi multipli. In caso di emergenza sismica possono diventare centri di prima accoglienza, punti di raccolta per beni di prima necessità e nodi logistici per la Protezione Civile. Lo fanno già in Paesi che hanno imparato a reggere scosse e onde di sfollati: basta guardare a come si attivano le comunità locali dopo un terremoto, dove impianti sportivi si trasformano in centri di assistenza immediata.
Per Napoli il nodo reale è organizzativo. Il Comune e la Prefettura devono avere un censimento aggiornato degli impianti, valutazioni sismiche, piani di adeguamento minimo e protocolli con le società sportive e le federazioni. Serve che la Protezione Civile metta in chiaro ruoli e responsabilità, che le società forniscano spazi e personale volontario formato, e che la rete dei trasporti preveda corridoi prioritari per il trasferimento degli sfollati dalla cintura alle aree sicure.
Questo non è un appello astratto: lo tengono a dimostrare i numeri internazionali recenti. Tre settimane dopo il sisma in Giappone migliaia di persone sono ancora senza casa; in Colombia l’intervento di fondi privati ha accelerato il ritorno alla normalità per le scuole. A Napoli dobbiamo mettere insieme il meglio di entrambi gli approcci: robustezza pubblica e capacità organizzativa delle realtà private e associative — comprese le società sportive, che sul territorio hanno fiducia e capacità di mobilitazione.
Chi ama questa città — e lo sport qui è passione diffusa — dovrebbe chiedere al proprio club di quartiere non soltanto risultati sul campo, ma disponibilità a essere parte del piano di protezione civile cittadino. La priorità è preventiva: verifiche, esercitazioni comuni, depositi di emergenza nei palazzetti, vie di accesso libere e un nome di riferimento per ogni impianto. È il tipo di lavoro noioso che salva vite quando la terra trema; ed è anche il gesto concreto con cui lo sport diventa davvero servizio pubblico nella Napoli metropolitana.