Stanze sigillate, giovani ‘fantasmi’ che scompaiono dalla rete sociale e una paura che circola tanto quanto le sostanze: l’immagine emersa dal recente blitz dei carabinieri dice più di una semplice cronaca nera. Le operazioni, che hanno portato alla scoperta di ambienti usati per consumo e spaccio in vari immobili della città, sono un pezzo necessario ma insufficiente del puzzle.
Le testimonianze raccolte parlano chiaro: ragazzi in grave condizione di marginalità, famiglie esauste, isolamento. Non si tratta solo di venditori e consumatori individuati in operazioni di polizia, ma di una fascia di popolazione giovanile che perde punti di riferimento e trovano in spazi nascosti un rifugio dall’abbandono. Quando le stanze diventano rifugi sigillati, la città perde anche la possibilità di intercettare il disagio in tempo.
La reazione pubblica, comprensibilmente allarmata per le nuove sostanze in circolazione, non può esaurirsi nel richiedere solo interventi repressivi. Le forze dell’ordine devono continuare a svolgere il loro ruolo, ma la prevenzione efficace passa per scuole, servizi sociali, consultori e strutture sanitarie territoriali capaci di fare outreach, ascolto e presa in carico. È qui che si misura la responsabilità delle istituzioni locali: Prefettura, Comune e ASL devono coordinare risposte che vadano oltre il sequestro di dosi e l’arresto di pusher.
Servono politiche che riconoscano la specificità del fenomeno giovanile: centri diurni e spazi aggregativi aperti nelle ore serali, percorsi di lavoro e formazione che riducano l’attrattiva della strada, servizi di riduzione del danno e controlli sanitari accessibili senza stigma. Il binomio prevenzione-repressione non è un concetto astratto: è la differenza tra stanze chiuse dove nessuno entra e luoghi della città dove le fragilità vengono intercettate e curate.
Napoli conosce risorse civiche e realtà associative capaci di lavorare sul campo. La sfida è trasformare l’allarme in investimento: non solo più pattuglie, ma più operatori sociali, più infermieri di strada, più sportelli psicologici nei quartieri che contano giovani fuori rete. Perché se i ragazzi diventano ‘fantasmi’, la città perde non solo vite, ma la sua capacità di rigenerarsi. Il tempo delle stanze sigillate deve diventare il tempo della riapertura del tessuto sociale.
