La mattina di ieri la piazza davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore a Nocera Superiore è stata lo specchio di una comunità sconvolta: la salma di Luigi Esposito è arrivata alle 9:40 tra amici, parenti e cittadini che non volevano limitarsi al rito dell’addio. Era un funerale e, contemporaneamente, un’appuntamento pubblico per chiedere risposte. Le sorelle Ida e Francesca, visibilmente provate, hanno espresso il dolore di chi riconosce un uomo diverso dall’immagine che era circolata. “Era diverso da come lo hanno raccontato”, ha detto una delle sorelle, mentre il test del DNA metteva la parola fine all’inutile speranza che non fosse Luigi il cadavere ritrovato. Il dolore è grande; l’angoscia per la violenza che ha colpito un professionista dell’informazione è più grande ancora.
La richiesta che non può restare rituale
Il funerale si è trasformato in un atto di accusa: non contro un singolo, ma contro un sistema che non sembra avere risposte efficaci per chi rischia la pelle per informare. La cronaca nazionale ha già segnalato un clima sempre più ostile verso i giornalisti, e qui non si tratta di retorica. Chiedere giustizia non è solamente invocare l’arresto dei colpevoli — che la magistratura e le forze dell’ordine devono fare il loro mestiere — ma pretendere che la tutela dei cronisti non resti nelle dichiarazioni di circostanza. Servono protocolli di protezione, risorse per le inchieste locali e una mappatura dei rischi sul territorio: se la stampa non può lavorare per paura, la democrazia perde pezzi ogni giorno.
La comunità chiede verità e sicurezza, e il dolore dei parenti si mescola alla rabbia dei vicini che non vogliono vedere la morte di un collega trasformata in spettacolo mediatico e poi in oblio. È legittimo esigere, dalla politica e dalle istituzioni competenti, più concretezza e meno frasi fatte: i cittadini pagano servizi, tasse e aspettano che chi gestisce ordine pubblico e tutela dei diritti dimostri priorità diverse da quelle delle passerelle. L’errore più grande sarebbe trasformare la commemorazione di Luigi in un episodio isolato della cronaca nera, senza trarne insegnamenti pratici. Se davvero la libertà di stampa conta, è ora di provarlo con fatti, non con fiaccole e discorsi.
Il funerale è stato un appuntamento civile: non una chiusura, ma un richiamo. Chi ha responsabilità pubbliche non può limitarsi a esprimere cordoglio. La città — e chi di informazione vive ogni giorno — pretende risposte chiare. Se resteranno solo parole, allora il corteo di ieri sarà stato soltanto una preghiera collettiva per una giustizia che non arriva: e la domanda che rimane è semplice e scomoda, rivolta a chi governa e protegge la vita pubblica: fino a quando le nostre verità saranno messe a rischio senza conseguenze reali?