Vedere le vele di Alinghi spiegarsi nel Golfo di Napoli fa venire i brividi a chi vive qui: è spettacolo puro e un biglietto da visita internazionale. Ma dietro le immagini c’è un’altra cosa, meno fotografabile e più decisiva per il futuro della città: i sei hangar già pronti a Nisida.
Il fatto è semplice e evidente. Una tra le barche più attese della Coppa America è stata svelata nel nostro mare e, contemporaneamente, sull’isolotto di Nisida sono stati predisposti gli spazi per ospitare le imbarcazioni. È una combinazione che può portare visibilità, arrivi e lavoro — dai porti alle strutture ricettive — e che pone Napoli al centro di un racconto sportivo globale.
Quel che spesso resta fuori dai titoli è il trade-off tra evento e città quotidiana. Le flotte attraggono investimenti e indotto: ristoranti, noleggi, servizi tecnici, piccole imprese legate alla nautica possono beneficiare di settimane intense di domanda. Ma i cantieri, le recinzioni e la trasformazione di aree pubbliche in spazi di esclusivo servizio per team stranieri sollevano dubbi legittimi. Chi garantisce che gli hangar non sottraggano accessi alla costa? Chi certifica impatto ambientale, viabilità e gestione dei rifiuti generati dall’evento?
Non si tratta di fare i guastafeste: Napoli ha bisogno di occasioni come questa. Si tratta di chiedere trasparenza e progettualità. Occorre che Comune, Prefettura e Capitaneria di porto rendano noti gli accordi, i tempi di occupazione degli spazi e le contropartite previste per la collettività. Va monitorato l’impatto sul traffico del lungomare e sulle attività locali, e va pianificato un utilizzo dei manufatti che non si esaurisca il giorno dopo la regata.
Il vero banco di prova sarà il lascito. Se gli hangar e le infrastrutture rimarranno una risorsa, integrata con la vita dell’area metropolitana e con benefici per i cittadini, allora l’evento avrà pagato il suo prezzo in termini di opportunità perdute. Se invece Nisida diventerà uno scalo temporaneo senza ritorni duraturi, avremo guadagnato qualche bella foto e perso spazio pubblico. Napoli può essere teatro mondiale senza rinunciare a essere città: basta che chi decide lo faccia pensando anche a chi abita qui ogni giorno.
