Sangue nel carcere di Secondigliano. Un agente della Polizia Penitenziaria è stato ferito da due detenuti armati di lama improvvisata, nel cuore del reparto Adriatico.
Napoli, 12 maggio. Ore di routine che si trasformano in caos. I due aggressori, già sotto sorveglianza speciale, hanno colpito senza preavviso durante un controllo. L’agente è caduto a terra, ferito al braccio. Solo l’intervento rapido dei colleghi ha evitato il peggio, isolando i responsabili e blindando il reparto.
Secondigliano, periferia calda di Napoli, dove le tensioni esplodono come fiammate. Il carcere è un fortino sotto pressione costante, tra detenuti problematici e organici ridotti all’osso. L’agente è stato portato d’urgenza all’ospedale più vicino. Prognosi di tre giorni, ma il trauma resta.
Il sindacato SiNAPPe non ci sta. Luigi Vargas, segretario generale aggiunto, tuona: «Siamo di fronte a un’emergenza che non può più essere ignorata. Il personale di Secondigliano opera in condizioni di estrema difficoltà. L’aggressione dimostra che la gestione dei soggetti più problematici richiede interventi immediati. Non possiamo aspettare l’irreparabile».
Pasquale Gallo, segretario nazionale, aggiunge benzina sul fuoco. Solidarietà al ferito, ma serve azione. Più uomini, protocolli rivisti, trasferimenti rapidi per chi aggredisce. «Lo Stato deve tutelare chi lo rappresenta dentro le carceri», dice.
A Napoli, la città che non dorme mai, questi episodi alimentano l’urgenza. Secondigliano è un simbolo: vicoli duri fuori, inferno dentro. Le dotazioni? Insufficienti. Gli organici? Al limite.
Cosa succederà adesso? I vertici dell’Amministrazione Penitenziaria risponderanno prima del prossimo allarme? Gli agenti attendono, con il cuore in gola.


