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Zuckerberg nel Golfo: il lusso che rischia di privatizzare le coste

La passerella dei vip tra Positano e Capri non è solo gossip: i superyacht mettono alla prova portualità, sport nautici e ecosistemi del Golfo di Napoli. Serve una regia pubblica chiara e regole più stringenti.

Zuckerberg nel Golfo: il lusso che rischia di privatizzare le coste

Non è soltanto una foto su Instagram: vedere superyacht internazionali ancorati tra Positano e Capri, con nomi noti a bordo, richiama l’attenzione su questioni concrete che la nostra città affronta da tempo. Al di là del glamour, il problema è chi occupa il mare e a quali condizioni.

La presenza di grandi imbarcazioni a pochi metri dalla costa pesa sulla vita quotidiana: circoli velici, scuole di vela, pesca sportiva e piccoli diportisti trovano spazi ridotti e più complessità per muoversi. Non è un dettaglio secondario: per chi vive di mare, la balneazione, le uscite sportive e gli approdi temporanei sono risorse pratiche, non scenografie da cartolina.

C’è poi il tema dei servizi portuali. I mega-scafi richiedono approdi dedicati, rifornimenti speciali, personale e sistemi di smaltimento dei rifiuti che non tutte le marine locali hanno o rendono disponibili al pubblico. Se il modello è quello di offrire servizi su misura ai pochi, il conto lo pagano i tanti: traffico di tender e taxi d’acqua, aumenti temporanei dei prezzi, tensioni sulla sicurezza e sulla gestione dello spazio marittimo.

L’impatto ambientale non è un’iperbole: ancoraggi pesanti possono danneggiare le praterie di Posidonia, le emissioni dei motori e lo scarico di acque grigie mettono sotto pressione un ecosistema già fragile. Sono questioni tecniche e normali — regolamenti di ancoraggio, port reception facilities, limiti alle distanze — che però richiedono controllo e applicazione costante da parte della Capitaneria di Porto, del Comune e della Regione.

La soluzione non è cacciare il turismo di fascia alta: Porto e costa beneficiano anche dei flussi d’élite. Il punto è governare. Limiti temporali agli ormeggi, zone dedicate lontane dalle praterie di Posidonia, obbligo di scarico in porto e tariffe differenziate che finanzino l’accesso pubblico e le strutture per lo sport nautico potrebbero riequilibrare la situazione. Trasparenza sulle autorizzazioni e controlli più severi eviterebbero che il mare diventi un salotto privato.

Il Golfo di Napoli non è una passerella privata: è un bene collettivo che convive con il turismo e con le imprese del mare. Se le autorità locali agiranno con regole chiare e strumenti di controllo, la prossimità di vip e superyacht può essere un’occasione. Se si lascia all’improvvisazione, rischia di essere l’ennesima privatizzazione degli spazi pubblici, con costi per l’ambiente e per chi vive il mare ogni giorno.