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Napoli, i galoppini del clan Lepre: l’incredibile realtà dei delivery tra caos e miseria
Dalla centralinista Rosa, costretta a pagarsi il credito telefonico, al rider Tommaso che rifiuta un lavoro fisso da benzinaio per restare nel clan. Napoli vive un’incubo silenzioso, un viaggio nei meandri dei fattorini della cocaina che rischiano tutto pur di guadagnare qualche euro.
La narrativa romanzata da film e fiction ha dipinto i galoppini della camorra come giovinastri spavaldi su auto griffate, circondati da facili guadagni. Ma le carte giudiziarie raccontano una storia ben diversa. Potenti ordinanze cautelari, come quella firmata dal gip Ambra Cerabona, descrivono una realtà di miseria e sfruttamento, dove la “gig economy” si piega alle spietate regole del narcotraffico.
Sotto la leadership di O’ Cinese e Masaniello si muove un esercito di disperati. I “galoppini”, fattorini della droga distribuiti in tutta Napoli, percorrono chilometri su scooter per garantire le centinaia di consegne quotidiane. Rischiano anni di carcere per stipendi che a malapena sfiorano la soglia di povertà.
L’organizzazione del clan Lepre non lascia nulla al caso. Hanno creato un centralino unico per ricevere le ordinazioni, smistando le chiamate ai rider in base ai turni di lavoro. Rosa Troise e Carmine Forte, i due centralinisti fidati, gestiscono la logistica del crimine come si fa in un’azienda, dividendo la giornata tra di loro.
Con l’espansione degli affari, nuove leve, come Raffaele Martucci, si uniscono al gruppo. Ma l’ammissione nel clan non porta vantaggi, anzi. Ogni aspetto della vita lavorativa è rigorosamente controllato dai boss. «Hai fatto la ricarica sul telefono?» chiede Vincenzo Lepre a Rosa, rivelando l’assurdità della situazione. «Sei tu responsabile delle tue cose», ribatte, mentre Rosa spera in un anticipo per il turno di notte.
La fame di contante è una costante. Le microspie della polizia captano conversazioni disperate tra i rider, come quella di Antonio Vitolo, che discute con sua moglie di come arrivare a fine mese. Non si parla di auto di lusso, ma di 50 euro per tirare avanti.
E poi c’è Tommaso, il giovane rider che affronta una vita di debiti e rischi per pochi euro in più. Il 6 gennaio, mentre discute con la moglie, si ritrova a rifiutare un’offerta di lavoro legale a 1.300 euro al mese. «Tanto è sempre lo stesso qui», dice, intrappolato in una spirale di assuefazione al sistema del clan. La risposta della moglie è un’amara resa: «Stai attento… ma perlomeno stai in grazia di Dio.»
Essere un ingranaggio sacrificabile in una macchina di morte, guadagnando come un garzone e pagando di tasca propria le ricariche telefoniche, è la cruda realtà di chi vive sotto l’ombra del clan Lepre. Fino al prossimo arresto, fino alla prossima indagine. Cosa può ancora riservare un futuro a questi giovani schiavi di un sistema che li ha abbandonati?
