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Monaldi, il dramma silenzioso: il «no» alla cardiochirurgia che ha segnato il destino di Domenico
Ogni secondo in ospedale può essere decisivo. La salute è un affare serio, soprattutto quando il destino di un bambino è in gioco. A Napoli, l’inchiesta sui tragici eventi che hanno portato alla morte del piccolo Domenico si trasforma in un racconto inquietante di errori e mancanze, un “incubo procedurale” che ha dell’incredibile.
Il caso ruota attorno a una grave anomalia temporale emersa durante l’intervento al Monaldi, dove le speranze di un trapianto si sono trasformate in tragedia. “Ero lì, ho visto tutto”, racconta Francesco Farinaceo, coordinatore infermieristico, che davanti ai magistrati non nasconde il suo dolore. “Vi ringrazio della convocazione, per me si tratta di una liberazione”. Le sue parole non sono solo un’ammissione, ma un grido di aiuto che risuona nei corridoi di un ospedale d’eccellenza.
La catastrofe inizia il 23 dicembre scorso, quando Farinaceo riferisce che, alle 14:18, il cardiochirurgo Guido Oppido ha ordinato il clampaggio dell’aorta. Ma il nuovo cuore, quello che avrebbe dovuto restituire vita a Domenico, era ancora al piano terra, in viaggio da Bolzano. “Scesi di corsa a recuperare il contenitore”, racconta Farinaceo. Il tempo si fa liquido, e il ticchettio dell’orologio diventa un ritmo opprimente.
Quando il contenitore finalmente giunge in sala operatoria, il dramma si fa grottesco. Non c’è un organo pronto al trapianto, ma solo ghiaccio. Oppido, con un’espressione che chiama in causa la disperazione, avrebbe detto: “Che dobbiamo fare? Questo cuore non farà neanche un battito”. Eppure, nonostante tutto, si prosegue.
Ma la verità emerge con forza: un’inchiesta che si gioca tra sporche memorie digitali e tentativi di rimanere a galla. Oggi è stata effettuata la copia forense del cellulare di Giuseppina Ferrillo, perfusionista che ha ripreso le fasi cruciali dell’espianto. Quel video potrebbe diventare la “scatola nera” che inchioda le responsabilità. E non finisce qui: sono emerse registrazioni clandestine di un briefing post-operatorio, in cui infermiere denunciano pressioni per allinearsi a una versione ufficiale alterata.
Ma l’elemento cruciale è la decisione di non eseguire la cardioplegia, un passaggio che avrebbe potuto forse salvare Domenico. “Guido, perché non facciamo la cardioplegia?” avrebbe chiesto l’anestesista Francesca Blasi. Ma la risposta di Oppido, “Quando cazzo mai hai visto fare la cardioplegia sul cuore che si espianta?”, segna il baratro. La scelta di procedere senza queste precauzioni ha trasformato l’intervento in una corsa disperata, un veicolo per una tragica fatalità.
Gli avvocati della famiglia Caliendo chiedono giustizia, mentre il deputato Francesco Emilio Borrelli avverte: “Le pressioni sugli infermieri per alterare la verità sono allarmanti”. Napoli scruta il futuro, attendendo la verità che emerge da una sala operatoria silenziosa. Cinque minuti possono cambiare tutto, ma qui il tempo si è fermato in una decisione catastrofica che nessuno può dimenticare. Che cosa accadrà ora? Resta il silenzio pesante di un procedimento che potrebbe riscrivere le regole della medicina a Napoli.
