Napoli è al centro di un fascicolo aperto per la morte di Francesca Tucci, 24 anni, avvenuta il 3 luglio dopo un intervento in intramoenia all’ospedale Cardarelli. Il primario Felice Pirozzi risulta indagato insieme ad altri due medici dell’équipe; la consulenza autoptica depositata il 5 ottobre non avrebbe individuato profili di responsabilità professionale.
Secondo l’avvocato Gabriele Di Criscio, legale del direttore della Chirurgia Generale, la relazione consegnata agli atti non evidenzia errori nelle fasi preoperatorie né nell’esecuzione dell’intervento; la gestione della complicanza che ha richiesto un secondo intervento sarebbe stata tempestiva e adeguata. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la difesa sostiene che non emergano profili di colpa professionale.
Il punto centrale della ricostruzione difensiva riguarda l’assenza di profili di colpa nella condotta dei sanitari. «La condotta dei sanitari – sottolinea Di Criscio – è diligente, perita e prudente», si legge nella nota consultiva. E aggiunge che le complicanze che hanno portato al decesso non sarebbero attribuibili alla gestione clinica della paziente, né a una presunta negligenza diagnostica o terapeutica. La documentazione fornita dalla difesa, quindi, sarebbe orientata a escludere errori nell’assistenza fornita prima, durante e dopo l’intervento.
La difesa precisa inoltre che la consulenza non riporterebbe omissioni o criticità tali da configurare responsabilità professionali a carico del personale sanitario che ha seguito Tucci. L’indagine resta comunque il passaggio decisivo per accertare le circostanze del decesso, e le conclusioni della consulenza autopotica non hanno, da sole, valore di decisione definitiva da parte dell’autorità giudiziaria.
La situazione, per il momento, si presenta come un fascicolo in fase istruttoria: la procura e la corte competenti dovranno valutare se vi siano responsabilità o meno, tenendo conto delle condizioni cliniche della paziente e delle eventuali varianti operative. L’avvocato della difesa ribadisce che la valutazione della consulenza non riconduce a errori professionali e che le decisioni prese dal team medico sarebbero state orientate alle buone pratiche clinico-assistenziali.
Il contesto territoriale resta quello di Napoli: Cardarelli, un presidio di riferimento per molte definizioni di gestione sanitaria pubblica e privata, è al centro di un’inchiesta che intreccia questioni di responsabilità professionale e di pratica intramoenia. È l’indagine a dover chiarire se esistano profili di colpa o se, al contrario, la dinamica della morte sia riconducibile a fattori non attribuibili al merito medico.
In attesa degli sviluppi giudiziari, l’omeostasi tra tecnica chirurgica, gestione delle complicanze e responsabilità resta al centro del dibattito. La difesa insiste sulla tesi che non esistano errori evidenti nelle scelte cliniche né omissions che possano giustificare un’azione disciplinare o penale a carico dei medici coinvolti. L’esito degli accertamenti autoptici e la futura ricostruzione delle circostanze cliniche determineranno se si possa riconoscere o meno una responsabilità nell’esito fatale della giovane paziente.
