Pozzuoli 1997: la faida camorrista torna in prima pagina con una nuova custodia cautelare nei confronti di due esponenti del clan
Una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal Tribunale di Napoli (17ª Sezione) su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di Fabio Allegro e Raffaele D’Alterio, gravemente indiziati, in concorso con i vertici storici già condannati all’ergastolo, di duplice omicidio aggravato dalla premeditazione, dai motivi abietti e dal metodo mafioso, relativo all’omicidio consumato nel 1997 nel Rione Toiano di Pozzuoli. L’ordinanza, firmata dal GIP Sabato Abagnale, riafferma la pericolosità sociale di chi si muove ancora all’ombra della camorra flegrea. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, l’iniziativa giudiziaria conferma che la macchina della violenza preparata in quegli anni non è stata rettificata ma, anzi, mantiene la sua capacità di incidere sul territorio.
Era la sera del 19 giugno 1997 quando le strade del Rione Toiano si trasformarono in un teatro di fuoco. Un commando armato, dotato di fucili a canne mozze e armi automatiche, scese in azione sull’area controllata dai capi storici Domenico Sebastiano, detto “Mimì capemorto”, e Raffaele Bellofiore, noto come “Lelluccio o’ biondo”. Una pioggia di proiettili esplose da un furgone blindato, mentre le vittime cercavano di trovare una via di fuga in direzioni diverse, marcando così una delle pagine più cruente della faida tra fazioni rivali della camorra flegrea. L’esecuzione fu rapida e cruenta, senza possibilità di contropartenza.
La ricostruzione della dinamica, come si legge nell’ordinanza, si intreccia con i racconti dei pentiti e con la complessa geografia criminale degli anni Novanta: da una parte il sodalizio guidato da Sebastiano e Bellofiore, dall’altra la galassia legata a Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce, consolidata dall’alleanza con il clan Polverino di Marano. L’accordo di pacificazione abortito in seguito a un rifiuto, si racconta che sia stato sancito da un vertice segreto a Qualiano: Longobardi, Cerrone, Cerullo, Ruggiero e Mimì capemorto avrebbero partecipato a un colloquio che sembrava imminente, ma fallì quando Sebastiano ostinò l’ingresso dei Cerrone nel territorio puteolano. «Se non accettate, le cose rimangono come stanno», avrebbe detto una voce della rete criminale, segnando una rottura definitiva e spalancando la strada alla vendetta.
Le testimonianze dei collaboratori di giustizia hanno fornito dettagli agghiaccianti: Roberto Perrone, un tempo capo zona di Quarto, riferì di aver raccolto i particolari direttamente da Allegro, allora reggente del clan Polverino. Secondo i racconti, Allegro avrebbe partecipato attivamente all’azione e avrebbe contribuito a proteggere i killer con un furgone blindato opportunamente rinforzato. Un altro aspetto inquietante riguarda la scelta di chi guidasse il mezzo: D’Alterio, denominato “Lelluccio ’a signurina”, fu selezionato perché presentava un volto poco noto nel panorama criminale puteolano e, una volta conclusa l’azione, avrebbe segnalato il risultato ai compagni accendendo i fari del veicolo.
La ricostruzione descrive anche i momenti immediatamente successivi al delitto. Alcuni presenti, tra cui Simioli, riferiscono di aver trovato Longobardi in evidente’esaltazione, mentre altre figure verificavano l’esito dell’azione. Quando arrivò la conferma della morte di entrambi i capi avversari, la reazione fu di esultanza, come a sancire la vittoria di una fazione e l’imposizione del controllo sull’intero territorio flegreo.
L’ordinanza odierna non resta sul passato, ma rimarca l’attualità della pericolosità dei due indagati, segnalando una continuità criminale che va oltre il singolo episodio del 1997. Accuse già pesanti nel loro dossier includono una precedente condanna per associazione mafiosa e traffico internazionale di stupefacenti, con collegamenti fino alla Spagna nel caso di Allegro, mentre D’Alterio risulta coinvolto anche in un secondo omicidio aggravato nel 2008. In questo contesto, l’azione odierna delle procure sembra voler rinnovare la disciplina cautelare per contenere una potenziale reiterazione della violenza.
La vicenda riapre, così, una pagina vecchia ma non remota della camorra nei Campi Flegrei, offrendo agli inquirenti l’occasione di incrociare fatti storici con strumenti investigativi moderni. Un capitolo che non chiede applaudi, ma cautela: la strada per la verità resta lastricata di verifica, conferme e, soprattutto, pazienza processuale.
