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Dopo Brexit, la sovranità non salva l’unità: Scozia, Galles e Irlanda del Nord chiedono autodeterminazione

Dopo Brexit, la sovranità non salva l’unità: Scozia, Galles e Irlanda del Nord chiedono autodeterminazione

Sovranità in mutamento: l’autodeterminazione interna mette in crisi la promessa del “Take back control”

Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, la domanda di fondo resta la stessa, ma il contesto è profondamente diverso. Non si tratta più solo di sventolare lo slogan del controllo esterno; oggi la sfida è governare dentro una nazione sempre meno compatta, tra richieste di autonomia regionale e pressioni per una ristrutturazione dell’ordine politico.

Il 14 settembre 2026 a Cardiff si è consumato un momento simbolico: i leader dei principali partiti nazionalisti scozzese, gallese e nord-irlandese hanno firmato un accordo che richiama il principio dell’autodeterminazione per Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Non significa automaticamente referendum imminenti né decisioni governative: i firmatari hanno agito in veste di capi di partito, non come rappresentanti istituzionali dei propri governi. Eppure si tratta di una mutazione significativa del quadro politico britannico, dove tre sensibilità nazionaliste hanno scelto di presentare insieme una questione connessa al futuro costituzionale della loro parte di Regno. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, questa lettura di fondo marca una novità importante sul tavolo della politica europea.

In parallelo con questo sviluppo, l’opinione pubblica britannica mostra segnali di cambiamento: un sondaggio Ipsos pubblicato in aprile 2026 indicava che una maggioranza relativamente ampia della popolazione (54%) riteneva sbagliata la Brexit, contro il 31% che la considerava giusta, e il 52% descriveva Brexit più come un fallimento che come un successo. Non è una bocciatura universale della scelta Leave: tra gli stessi elettori che avevano votato per l’uscita, una quota consistente resta favorevole a quella direzione. Il quadro, però, suggerisce una tendenza: l’idea di sovranità portata all’esterno ha perso parte della sua limpidezza nello stesso momento in cui dentro il Paese aumentano le richieste di autonomia territoriale.

Che cosa significa questa evoluzione? È difficile sfuggire a una lettura: la sovranità assoluta è una costruzione retorica, più facile da proclamare in campagna elettorale che da praticare nel governo quotidiano. La realtà è interdipendente: economia, energia, difesa, commercio e tecnologia si muovono in reti complesse che trascendono i confini nazionali. Alzare barriere può offrire una pronta illusione di controllo, ma non elimina le necessità: mercati, forniture, alleanze e strumenti di cooperazione rimangono elementi essenziali per governare una nazione moderna. È qui che la riflessione si allinea con l’esperienza britannica post-Brexit: la sovranità diventa una questione di come coniugare autonomia e responsabilità, non di quanto possa essere chiusa una nazione all’esterno.

Il caso Farage torna a essere utile come lente interpretativa: per anni pubblicamente ha venduto l’idea che la libertà politica nascesse dal distacco dall’Unione Europea. Oggi, però, la scena mostra una dinamica speculare: identiche parole d’ordine – sovranità, controllo, indipendenza – emergono anche da movimenti che chiedono maggiore autonomia all’interno della stessa nazione. Se Londra voleva controllare di più dall’esterno, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sembrano mettere in discussione lo stesso principio dall’interno. La domanda cruciale non è più se esista la sovranità, ma quanto potere reale si possa esercitare insieme agli altri.

Governare una realtà così eterogenea è innanzitutto una questione di compromessi. Le tentazioni della chiusura fanno presa, è vero, ma la storia insegna che costruire uno spazio condiviso tra gruppi con interessi differenti è molto più impegnativo che produrre muri definitivi. La dimensione democratica, in questa cornice, significa saper mediare, tutelare le minoranze, evitare che la frammentazione si trasformi in un pericoloso processo di disintegrazione. Non è una lezione romantica: è una verifica quotidiana di capacità politica, capacità di ascolto e, soprattutto, di responsabilità collettiva.

In questo contesto, la Brexit resta una cornice interpretativa, non una fine in sé. La grande domanda per il Regno Unito non è semplicemente “siamo sovrani?”. È piuttosto: “quale Regno Unito vogliamo essere? uno Stato capace di tenere insieme differenze significative, oppure un mosaico di confini sempre più piccoli?” Se la risposta è la prima, allora la vera sfida è superare l’idea che l’unità sia solo un insieme di identità in conflitto, per trasformarla in una forma di coesione basata su interessi comuni e responsabilità condivise. E se, come sembra emergere, la strada non è quella dell’esclusione ma della costruzione di compromessi, il cammino dell’ordinamento britannico potrà forse offrire una lezione utile a Paesi europei dove la tentazione di chiudere i confini resta forte. In fondo, scrive la storia, la grandezza di una nazione non è misurata dalla forza con cui erige muri, ma dalla capacità di restare insieme quando le differenze diventano la norma.

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