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Domiciliari, cura e controllo: la strategia che Napoli deve scegliere per non lasciare terreno alle mafie

La riforma che amplia le misure alternative espone a rischi concreti se non accompagnata da percorsi obbligatori di cura, vigilanza giudiziaria e rilancio dei servizi di comunità sul territorio.

Di Nina Chirico21 Agosto 2026 - 02:1218 ore fa 2 min di lettura
Domiciliari, cura e controllo: la strategia che Napoli deve scegliere per non lasciare terreno alle mafie

Se la casa diventa l’arena dove le mafie riallineano il proprio controllo, la riforma che allarga i domiciliari rischia di trasformare un’opportunità terapeutica in un boomerang sociale. È un allarme che, nelle ultime settimane, è stato sollevato anche da figure della magistratura: la possibilità che persone con problemi di dipendenza passino più tempo nelle loro abitazioni pone questioni pratiche e di sicurezza pubblica che non vanno sottovalutate.

Non è complottismo né sermone morale: è puro realismo. I domiciliari nascono come strumento per favorire un percorso di recupero e per alleggerire il carcere quando non è utile o necessario. Ma il rischio è che, in assenza di regole chiare e di percorsi terapeutici obbligatori, quell’ambiente domestico diventi terreno di manovra per reti criminali che possono approfittare di fragilità, relazioni di vicinato o di prossimità familiare per ripristinare canali di controllo e affari illeciti.

La risposta non può essere né lo stop generalizzato alle misure alternative né la delega in bianco alla repressione. Serve invece un progetto integrato: ciascuna misura domiciliare legata a un percorso terapeutico vincolante, supervisionato da ASL e Dipartimenti Dipendenze; controlli giudiziari periodici e mirati, con report obbligatori al giudice di sorveglianza; la Prefettura e la Procura che coordinano le informazioni tra forze dell’ordine e servizi socio-sanitari. Dove opportuno, l’elettronica può aiutare, ma non sostituisce la valutazione clinica e il monitoraggio sociale.

Infine, la partita si decide nei quartieri. Napoli non può limitarsi a disposizioni in astratto: i servizi territoriali sono sotto pressione e spesso senza risorse sufficienti per attivare percorsi rapidi di presa in carico. Investire in case-famiglia, in operatori di strada, in assistenza al lavoro e in protocolli condivisi con le associazioni significa ridurre la leva con cui le mafie tentano di ricostruire consenso e potere. Significa anche tutelare la dignità dei cittadini coinvolti, evitando stigmatizzazioni che allontanano dalla cura.

Non si tratta di scegliere tra giustizia e salute: è anzi il contrario. Se i domiciliari devono rimanere uno strumento utile alla riabilitazione, Napoli deve costruire una filiera che connetta magistratura, sanità pubblica e comunità. Solo così si riduce il rischio che una misura alternativa diventi, per la criminalità organizzata, un nuovo modo per esercitare controllo. Cura, controllo e comunità: questa è la scommessa che il territorio non può permettersi di perdere.