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Napoli ipnotizzata: Koltès rivive in napoletano al Teatro Nuovo
Napoli vibra sotto le luci del Teatro Nuovo. Sul palco della Sala Assoli, ‘Nuttata’ irrompe come un grido dal cuore della città: un monologo francese di Bernard-Marie Koltès, rigenerato in dialetto napoletano.
Il protagonista vaga in una notte buia, assetato di un contatto vero. Intorno, la solitudine morde come il traffico di via Monteoliveto, tra clacson e marciapiedi affollati. Il dialetto napoletano lo rende vivo, crudo, vicino.
“È un pugno nello stomaco, senti la tua vita lì sopra”, dice un anziano spettatore del Rione Sanità, asciugandosi gli occhi dopo lo spettacolo. “Koltès non l’avevo mai capito così”.
Il regista ha scommesso sul napoletano. La musicalità del dialetto avvolge temi eterni: desiderio represso, corpi che si sfiorano senza toccarsi. Il pubblico, misto di famiglie e ragazzi dal quartiere, trattiene il fiato.
Napoli sa di notti così. Quartieri come Toledo o i Quartieri Spagnoli pulsano di storie simili, ignorate dal caos quotidiano. Qui, il teatro le tira fuori.
L’attore domina la scena. Ogni pausa è un respiro della città. Ride, piange, urla in quella lingua che profuma di mare e polvere.
Il testo originale francese si piega al ritmo partenopeo. Solitudine universale, ma con l’urgenza di chi vive a un passo dal Vesuvio.
Il pubblico applaude a lungo. Qualcuno resta seduto, perso nei pensieri.
E se ‘Nuttata’ aprisse la porta a mille altre storie? Napoli è pronta per questo teatro che graffia l’anima? Ditecelo voi.
