A Santa Maria Capua Vetere il boss dettava vita quotidiana: droga, alloggi e punizioni per la comunità

A Santa Maria Capua Vetere il boss dettava vita quotidiana: droga, alloggi e punizioni per la comunità

Nel quartiere di Santa Maria Capua Vetere, un uomo aveva trasformato palazzine e vite in un regno personale di controllo. #Camorra #ComunitàSottoAssedio

Immaginate un quartiere affollato di palazzine popolari, dove l’aria è carica di tensioni silenziose e le strade raccontano storie di potere invisibile. A Santa Maria Capua Vetere, nel rione ex Iacp, la vita quotidiana si intrecciava con l’ombra di Vincenzo Santone, un 41enne noto come ‘o Zuppariell, che dettava ogni mossa. Non si trattava solo di traffico di droga; qui, anche le case e le persone erano sotto il suo stretto dominio, creando un’atmosfera di paura diffusa che avvolgeva la comunità come una nebbia persistente.

Le indagini hanno rivelato come Santone operasse con ferrea disciplina, similmente a un boss di camorra radicato nel territorio. Ogni attività, dal commercio di stupefacenti alle relazioni quotidiane, richiedeva il suo consenso. Il sistema era spietato: i pusher dovevano acquistare droga soltanto da lui e versare una quota fissa di 200 euro a settimana, destinata al sostentamento di affiliati in carcere. In alternativa, chi non si conformava si trovava di fronte a condizioni più onerose. Come ha sottolineato in conferenza stampa il dirigente della Mobile Massimiliano Russo, «A questo diktat l’alternativa era la morte», una dichiarazione che evoca il clima opprimente e la rassegnazione che aleggiava nel rione, dove ogni decisione pesava come un macigno sulle spalle degli abitanti.

Ma il controllo di Santone si estendeva oltre lo spaccio, influenzando persino l’assegnazione degli alloggi popolari. Queste abitazioni, spesso occupate abusivamente, venivano distribuite secondo i suoi criteri, rafforzando legami di fedeltà e isolando chi osava opporsi. La sua influenza passava anche attraverso la moglie, che fungeva da intermediaria, trasformando le case in premi per i più fedeli o in strumenti per mantenere l’ordine. È un riflesso triste di come, in contesti urbani fragili, i beni essenziali diventino armi di dominio, erodendo il senso di comunità e sicurezza.

In questo scenario di intimidazione, spicca la tragica storia di Emanuele Nebbia, un giovane di 26 anni la cui vita è stata spezzata la notte di Capodanno 2024. Mentre festeggiava con i fuochi d’artificio nel cortile di casa, è stato colpito da un proiettile alla tempia, un atto brutale motivato dalla sua decisione di ribellarsi al monopolio di Santone nella gestione dello spaccio. Santone è indagato come esecutore materiale, insieme ad altri due uomini, con accuse che includono l’occultamento dell’arma usata. Questo episodio non è solo un crimine isolato, ma un monito sull’impatto devastante di tali dinamiche sulla vita quotidiana, dove la ribellione può costare tutto.

Le intercettazioni catturate dalle forze dell’ordine rivelano un’arroganza senza limiti: Santone discuteva apertamente del piano per sfrattare la famiglia Nebbia e occupare le loro case, dicendo in un colloquio dal carcere, «Ci prendiamo la casa al primo piano… la devo sfondare io stesso, faccio mettere Barbara dentro con la creatura». Parole che dipingono un quadro di totale spregio per la dignità altrui, evidenziando come il territorio fosse visto come una proprietà personale, con ripercussioni profonde sulla coesione sociale del quartiere.

Accanto a Santone, la compagna Giulia Buonpane giocava un ruolo chiave, figlia di un esponente del clan Belforte. Secondo gli inquirenti, si occupava di aspetti pratici come il taglio e l’occultamento della droga, rafforzando i legami con reti criminali più ampie. Questo intreccio familiare non faceva che amplificare il peso del gruppo, intrecciando destini personali con dinamiche malavitose che vanno oltre il singolo rione.

Tra gli aspetti più allarmanti, l’arruolamento di tre minorenni, come sottolineato dal procuratore Nicola Gratteri: «Il minore rischia meno dal punto di vista normativo ed è più facilmente influenzabile – viene arruolato come carne da macello, usato per trasportare droga, armi o persino per uccidere». È una riflessione che invita a considerare come i clan sfruttino la vulnerabilità dei giovani, perpetuando un ciclo di violenza che minaccia il tessuto sociale e solleva interrogativi sul futuro delle comunità colpite.

L’operazione delle forze di polizia, con oltre 140 agenti coinvolti, ha interrotto questa spirale di terrore, portando a 17 misure cautelari e due arresti immediati. Come ha ricordato il questore Andrea Grassi, «La comunità sammaritana era giustamente preoccupata. Operazioni come questa dimostrano la sinergia tra autorità giudiziaria e forze di polizia e incidono concretamente sulla percezione della sicurezza», offrendo un barlume di speranza in un contesto segnato da anni di intimidazione. In quartieri come questo, dove il crimine aveva avvolto la quotidianità, interventi del genere non sono solo arresti, ma passi verso la restaurazione di un equilibrio comunitario.

Alla fine, storie come quelle di Santa Maria Capua Vetere ricordano quanto sia fragile il confine tra ordine e caos, e come la risposta collettiva sia essenziale per proteggere i legami che uniscono una comunità, guardando al futuro con maggiore vigilanza e solidarietà.

Fonte

Dal carcere, il clan Rea-Veneruso impone racket e estorsioni agli imprenditori che lottano ogni giorno

Dal carcere, il clan Rea-Veneruso impone racket e estorsioni agli imprenditori che lottano ogni giorno

A Casoria, l’evacuazione rapida salva vite dopo il crollo del palazzo in via Cavour

A Casoria, l’evacuazione rapida salva vite dopo il crollo del palazzo in via Cavour