Una notte di violenza a Napoli: la baby gang resta dietro le sbarre, mentre la città lotta contro le ombre della sua gioventù. #Napoli #GiustiziaGiovanile
Immaginate le strade acciottolate di Chiaia, un quartiere di Napoli dove il chiacchiericcio della vita notturna si mescola al rombo dei scooter, trasformandosi improvvisamente in un incubo. È qui che Bruno Petrone, un giovane calciatore di 18 anni dell’Unione Sportiva Angri 1927, si è trovato al centro di una rissa brutale, accoltellato al ventre e al fianco da una baby gang. Ora, in un’aula di tribunale che risuona di echi decisivi, i giudici hanno rafforzato la loro presa, confermando la custodia in carcere per i quattro ragazzi – un quindicenne e tre diciassettenni – senza cedere a mezze misure.
Questa scelta del Tribunale del Riesame non è solo una formalità legale, ma un riflesso della fermezza che la comunità napoletana reclama di fronte a tali atti. Gli avvocati della difesa avevano provato a intessere una trama di speranza, chiedendo gli arresti domiciliari per permettere ai giovani di continuare gli studi e riscattarsi. Eppure, quella richiesta è caduta nel vuoto, opposta con determinazione dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni. In un contesto urbano dove le faide giovanili alimentano paure quotidiane, questa decisione ribadisce quanto la gravità di un tentato omicidio, con l’ombra della premeditazione, richieda misure severe, come stabilito inizialmente dal GIP Anita Polito su impulso del PM Claudia De Luca.
Al cuore di tutto, ci sono quei 13 lunghissimi secondi catturati in un video che gli investigatori hanno esaminato con attenzione meticolosa. Quei fotogrammi raccontano una scena cruda e rapida: l’arrivo improvviso di un commando su due scooter, in una via Bisignano avvolta dalla notte tra il 26 e il 27 dicembre, dove la violenza è esplosa in un turbine di aggressione. In cinque ragazzi hanno agito – quattro finiti in manette e un quinto denunciato a piede libero – lasciando Petrone in gravi condizioni all’ospedale. È un momento che pesa come un macigno, un promemoria sottile di come l’ira giovanile possa sconvolgere vite in un battito di ciglia, toccando nel profondo una comunità già provata da tensioni sociali.
Ma la storia non si ferma qui; le indagini si estendono come rami di un albero inquieto, rivelando possibili vendette che alimentano il ciclo della paura. I Carabinieri hanno ricostruito l’incendio al portone di casa di uno dei ragazzi arrestati, avvenuto tra l’11 e il 12 gennaio in via Carlo de Marco, grazie alle telecamere di sorveglianza. Il responsabile, un minorenne ora indagato a piede libero, sembra legato a un amico della gang, forse come avvertimento per eventi passati. Questo dettaglio non fa che aggiungere strati a un quadro già complesso, dove le rivalità tra giovani napoletani appaiono come un’eco delle divisioni urbane più profonde, lasciando la comunità a interrogarsi su come spezzare questa catena.
Mentre le forze dell’ordine proseguono con indagini serrate per coinvolgere altri potenziali responsabili, Napoli si trova di fronte a un bivio: affrontare la violenza giovanile non solo con la legge, ma con un impegno collettivo verso il futuro delle sue strade.
