Editoriale
Cocaina in corsia: il misterioso rifornimento ai Vip sotto Padre Pio a Napoli
All’ombra di Piazza Dante, nel cuore pulsante di Napoli, si snodava un vero e proprio labirinto di affari illeciti, dove la droga non era semplicemente un prodotto, ma un servizio offerto in modo impeccabile. Oltre cinquecento pagine di un’ordinanza cautelare hanno svelato una rete che riforniva non solo i soliti noti, ma anche una clientela insospettabile, un mix di “colletti bianchi” affascinati dai piaceri della cocaina.
Il blitz della Polizia e dei Carabinieri ha fatto crollare le certezze di una holding criminale capace di organizzarsi con rigorosa efficienza. Al timone c’era Luigi Lepre, fratello di Ciro, il boss defunto, e i suoi nipoti, una cosca che sembrava operare in simbiosi con la città.
Ma è nelle parole sussurrate nei vicoli di via Francesco Saverio Correra 113 che l’inchiesta ha messo a nudo una realtà sconvolgente. Ciro Errico, genero del defunto boss, e Mariarca Lepre gestivano una piazza dove i confini tra borghesia e crimine sembravano dissolversi.
Un infermiere, che si faceva chiamare “dottore”, ha rivelato la sua duplice vita. In servizio presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Vecchio Pellegrini, entrava nel cuore del traffico di droga, diventando un fulcro strategico per il clan. Non un semplice consumatore, ma il tramite perfetto per estendere la rete di affari nelle strutture sanitarie napoletane.
La notte del 7 marzo 2020, in piena emergenza COVID-19, il “dottore” era più interessato a ricevere un “regalo” di cocaina piuttosto che preoccuparsi del virus. «Buttala una maniata di coriandoli», diceva al telefono, programmando un’analisi più che nel suo lavoro, nella sua vita di un altro mondo.
Le consegne avvenivano con una puntualità militare, finanche fuori agli ospedali. E quando il lockdown ha imposto restrizioni, il clan ha cambiato strategia: niente più consegne a domicilio, ma i clienti Vip dovevano recarsi di persona sotto la statua di Padre Pio, in piazzetta Cappuccelle. Anche l’avvocatessa del Vomero, una delle clienti più assidue, non ha esitato a varcare i divieti. «Se riesco a passare io ti avviso», diceva, intrepida, per garantirsi la sua dose.
Ma la situazione era delicata. A marzo, con bliz delle forze dell’ordine in aumento, il centralino che gestiva le ordinazioni era sotto pressione. I clienti, costretti a muoversi con cautela, utilizzavano un linguaggio in codice inquietante: “sto solo io” significava una dose, “siamo due di noi” ne indicava due. Un gioco di parole che, purtroppo, per i vertici dell’inchiesta non è bastato a tenere il clan al riparo.
Che fine faranno ora i protagonisti di questa rete? E che peso avrà la loro attività nel tessuto sociale di Napoli? La città osserva, il confine tra legalità e illegalità continua a sfumarsi, lasciando interrogativi inquietanti nell’aria.
