Editoriale
Arzano nel terrore del racket: «Tutti pagavano il clan», il libro mastro del pentito
A Arzano, a un passo dal caos di Napoli nord, il clan della 167 ha trasformato ogni negozio in un bancomat. Una cappa di pizzo asfissiante, che strangolava pizzerie, bar e fruttivendoli senza pietà.
Il velo si squarcia con l’ordinanza del giudice Donatella Bove. Intercettazioni, pedinamenti, riscontri dei carabinieri. Ma il colpo decisivo arriva da Gennaro Salvati, il pentito che ha vuotato il sacco.
” Tutti pagavano il clan, mensile o festivo, non c’era scelta”, confessa Salvati agli inquirenti. Descrive un doppio binario: lista fissa di dieci attività, 7mila euro al mese. Poi Natale, Pasqua, Ferragosto: decine di negozi, da 300 a 1500 euro a testa. Incassi da 70mila euro per festività.
Il denaro? Consegnato a Antonio Caiazza in incontri lampo, su WhatsApp, vicino a pompe di benzina o strade di Arzano. Lui e Davide Pescatore spartivano: prima lo stipendio ai boss in cella, poi briciole agli esattori.
E poi il tesoro: un foglio A4, “Mese di marzo 2026”. Trovato a casa di Pietroangelo Leotta. Tabella precisa, 33 attività arzanesi censite. Pizzerie storiche, cornetterie, market. Incassi da 25 a 110 euro al giorno, totali calcolati. Un libro mastro del terrore.
Dal carcere, i capi comandano ancora. Giuseppe Monfregolo, “o’ guallarus”, usa cellulari nascosti. Decide chi colpire, punisce i traditori. Renato Napoleone e Domenico Russo idem: faide interne, “mesate” ai detenuti come Piscopo o Alterio. Vincolo mafioso intatto.
Salvatore Romano, “Sasy”, Caiazza, Pescatore “Pal ‘e fierr”, Mattia Rea “o’ cinese”. Tutti dentro, o quasi. Arzano trattiene il fiato.
Quanti commercianti taceranno ancora? E se un altro foglio riaffiora dalle cantine?
