Titolo: Il risveglio di un sistema malavitoso nel Veneto orientale: condanne definitive per 24 imputati, Donadio al vertice misura la sua pena a 30 anni
Una decisione della Cassazione chiude un capitolo lungo e articolato dell’inchiesta sul clan dei Casalesi radicato nel Veneto orientale, con 24 imputati condannati in via definitiva. Tra loro, Luciano Donadio, indicato come vertice dell’organizzazione, è stato condannato a 30 anni di reclusione. L’operazione che ne è seguita ha coinvolto forze di polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza in diverse regioni italiane, e ha richiesto l’impiego di oltre 100 operatori. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la decisione della Cassazione ha confermato il quadro mafioso già riconosciuto dalla Corte d’Appello di Venezia nel giugno 2025.
La conferma del quadro mafioso arriva dopo una procedura esecutiva voluta dalla Procura Generale di Venezia, che ha emesso i relativi ordini di esecuzione, di cui due sono stati sospesi. L’intervento, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia veneziana, ha interessato sette province italiane: Venezia, Caserta, Cosenza, Napoli, Potenza, Rovigo e Padova, e ha richiesto l’impegno di oltre un centinaio di carabinieri, agenti di polizia e finanzieri. È la terza fase di un’azione molto ampia che ha visto i protagonisti muoversi tra edilizia, ristorazione e settori collegati al mondo imprenditoriale.
Nel dettaglio delle condanne, la pena di 30 anni resta ferma per Donadio, ritenuto il vertice dell’organizzazione, mentre il braccio operativo Raffaele Buonanno è stato condannato a 29 anni e sei mesi. A fronte di 27 imputati che avevano scelto il rito ordinario, la Cassazione ha deciso per 24 posizioni la pronuncia delle condanne definitive, con pene che vanno da tre a trenta anni. Per tre imputati è stata disposta una revisione in Appello: in due casi per rivalutare il quadro probatorio, nel terzo limitatamente al trattamento sanzionatorio. Due ulteriori posizioni, invece, viaggiano ancora verso una seconda sede di giudizio sul merito: Denis Poles e Marco Donati, entrambi accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, non hanno ancora una condanna definitiva.
Tra gli aspetti che emergono dall’indagine resta l’impronta di infiltrazione nel tessuto economico veneto orientale, con particolare attenzione all’edilizia e alla ristorazione. Le indagini descrivono un sistema in grado di insinuarsi nel mercato locale e, talvolta, di imporre quote sui proventi di gruppi criminali operanti nei territori vicini, con lo scopo di sostenere economicamente il clan dei Casalesi. Parte della ricostruzione riguarda anche un coinvolgimento nelle dinamiche politico-amministrative locali, distinto però dalle responsabilità singole eventualmente accertate nei singoli procedimenti. In questo contesto, l’assoluzione dell’ex sindaco di Eraclea Mirco Mestre, confermata nel 2025, rappresenta un tassello importante per distinguere le responsabilità individuali dalle dinamiche generali dell’organizzazione.
L’origine dell’inchiesta risale al 2008, quando in provincia di Udine due provenienze napoletane furono arrestate per possesso di banconote false. Uno dei due dichiarò l’intenzione di fornire informazioni su un’organizzazione criminale operante nel Veneto orientale, dando avvio a un percorso investigativo che ha visto una gestione complessa affidata alla Direzione Distrettuale Antimafia veneziana e ai pubblici ministeri Roberto Terzo e Federica Baccaglini. Le indagini, affidate inizialmente al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trieste, hanno visto coinvolgere nel tempo squadre mobili veneziane, nuclei investigativi dei carabinieri di Venezia, nonché reparti della Guardia di Finanza di Trieste e di altre province. L’operazione odierna rappresenta la fase esecutiva delle condanne definitive: per altri tre imputati il processo proseguirà davanti a una diversa sezione della Corte d’Appello di Venezia.
La ricostruzione parla di un’organizzazione capace di inserirsi nel tessuto imprenditoriale della regione, con una presenza consolidata nell’area di Eraclea. L’obiettivo sarebbe stato quello di assumere gestione e controllo di attività economiche, soprattutto nel settore edile e della ristorazione, impiegando minacce e violenze ove necessario. La rete avrebbe anche imposto quote sui proventi di gruppi criminali attivi nei territori vicini, per sostenere nel tempo l’apparato criminale casalesiano. Se da un lato si contano numeri definitivi sul fronte delle condanne, dall’altro lato restano aperte riflessioni sulle possibili intrecciate responsabilità politiche e amministrative che l’indagine ha sondato senza però completare in modo definitivo per ogni figura coinvolta.
Il quadro odierno offre quindi una fotografia di un fenomeno criminale potentemente radicato nel Veneto orientale, capace di tessere legami con altre realtà del Sud e di adeguarsi alle dinamiche economiche locali. Restano da attendere gli sviluppi per le posizioni a rinvio e per le eventuali ulteriori verifiche sui profili di concorso esterno in associazione mafiosa. In attesa di nuove decisioni, la sentenza della Cassazione definisce una tappa cruciale nel percorso giudiziario di un territorio che ha visto l’emergere di una vicenda criminale complessa, con elementi di infiltrazione economica e politica che la magistratura continua a esaminare con attenzione.
