DUE SEDI, UN ORDINE PRECISO: LA RETE DI CONTRAFFAZIONE CHE SCARICA DALLE SNELATURE DELLA TECNOLOGIA ALLA STRADA NAPOLETANA
Una rete di falsari, capace di muovere una produzione integrata tra due sedi e di spostare l’operazione dal cuore della città all’area aeroportuale, è stata intercettata il 29 settembre scorso dalla Guardia di Finanza di Napoli e Roma, su mandato della III Sezione della Procura di Napoli. L’intervento ha bloccato sul nascere un processo artigianale-finanziario che mirava a riversare sul mercato banconote false dal valore potenziale di circa 400.000 euro. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, l’indagine ha rivelato una logistica studiata nei minimi dettagli, capace di distribuire il lavoro tra una tipografia prossima all’aeroporto di Capodichino e un laboratorio di refinimento situato nel quartiere Chiaia.
In apertura di scena, la “tipografia di prossimità” fungeva da cerniera operativa: qui avveniva la fase grezza della lavorazione, dove le matrici venivano impostate e i supporti preparati per la successiva rifinitura. Poco distante, in una seconda sede, si consumava il perfezionamento finale: una percentuale di materiale piegato in rotoli, fogli plastificati e una miriade di accessori tecnologici che testimoniano una condotta criminale strutturata, non più affidata al caso. L’insieme, definito dagli analisti come una vera e propria catena di produzione a due livelli, fa emergere l’idea di una filiera capace di produrre non solo banconote ma, sembrerebbe, la predisposizione a fornire crediti fittizi di vario tipo.
All’interno del laboratorio di Chiaia sono stati rinvenuti oltre 12.000 pezzi pronti all’uso per la circolazione, tra banconote da 20 e da 50 euro, affiancati da una dotazione tecnologica di alto livello: stampanti professionali, sistemi di plastificazione, taglierine di precisione, rotoli di foil e persino carta con filigrane finte. L’insieme denunciato dagli addetti ai lavori allude a una competenza tecnica che rimanda, secondo gli investigatori, al noto trafficante di falsi riferito al “Napoli Group”, marchio identificato come simbolo distintivo della contraffazione monetaria.
Ma la produzione non si fermava ai soldi falsi: nel medesimo laboratorio sono emerse bozze di stampa per documenti di identità eoligrogrammi per carte d’identità elettroniche, oltre a una vetrina di altri prodotti contraffatti, tra cui orologi e gioielli. Gli elementi contabili purtroppo non mancano: fatture di acquisto dei macchinari e altri dettagli amministrativi sembrano indicare una gestione contabile che cerca di conferire una parvenza di normalità a un’attività illegale.
La chiusura temporanea del cerchio arriva con l’episodio giudiziario: i tre responsabili sono stati trasferiti nel carcere di Poggioreale, dove il 2 ottobre il GIP ha convalidato l’arresto. Rimane impregnata la presunzione di innocenza, ma l’équipe investigativa ha già posizionato la “Produzione Napoli Group” come elemento centrale dell’indagine: una rete che, pur rimanendo al momento al vaglio degli inquirenti, sembra dotata di una logistica che va oltre l’episodio singolo e propone una struttura di produzione capillare e multisede.
Quello che resta da chiarire riguarda i rapporti tra le diverse fasi operative e la reale estensione della diffusione sul territorio, nonché la provenienza dei finanziamenti e dei materiali utilizzati. Le autorità hanno annunciato che restano in corso ulteriori accertamenti, con l’obiettivo di risalire a eventuali ambiti di mercato dove potrebbe espandersi la rete e di valutare eventuali connessioni con altri episodi analoghi. L’arresto, pur convalidato, resta una fase dell’indagine: la giustizia continuerà a verificare la natura delle responsabilità e la complessità dell’organizzazione dietro quel laboratorio.
Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, l’intervento ha dimostrato come, in una città nota per la vivacità commerciale, possa emergere un modello di contraffazione che mescola artigianato tradizionale e tecnologia avanzata. La vicenda resta aperta: da un lato la presunzione di innocenza e, dall’altro, la necessità di fare luce su una rete che, se confermata, solleva interrogativi sul grado di sofisticazione e su cosa si cela dietro un prodotto apparentemente ordinario come una banconota falsa.
