Condanne confermate nel caso Gelsomina Verde: la prima faida di camorra a Scampia resta aperta nella memoria
Napoli – La terza Corte di assise di appello di Napoli, presieduta da Vittorio Melito, ha confermato la condanna a trent’anni di carcere per Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi (alias o’ Vichingo), ritenuti parte del commando che partecipò all’offensiva nella prima sanguinosa faida di camorra a Scampia. Una sentenza che archivia formalmente la responsabilità penale riconosciuta in primo grado, ma che non può chiudere del tutto il capitolo di una violenza che continua a pesare sulla memoria collettiva della zona.
La dinamica dell’omicidio, risalente al 21 novembre 2004, è stata ricostruita nell’ambito delle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Gelsomina Verde, giovane ragazza innocente, fu coinvolta suo malgrado nella contesa tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano. La giovane fu prelevata e costretta a salire sull’auto di sua iniziativa: a bordo, tre persone che accompagnarono la vettura fino al luogo dell’esecuzione. L’assalto fu portato a termine da Ugo De Lucia, cugino di Luigi, con l’esecuzione a colpi di arma da fuoco. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la ricostruzione riflette pienamente quanto emerso dagli atti investigative.
In aula, durante la lettura del dispositivo, erano presenti la madre della vittima, Anna Lucarelli, e il fratello Francesco Verde, accompagnati dai loro legali. La conferma della condanna non ha cancellato lo smarrimento di chi continua a chiedere chiarezza sul perché una ragazza innocente sia stata trascinata in una vicenda così tragica. Francesco Verde ha espresso amaro rammarico, ricordando che nessuno dei due imputati avrebbe proferito parola utile a chiarire chi, effettivamente, fece fuoco: «Nonostante ci sia stata una conferma di condanna, la storia non è del tutto chiara perché i due imputati non hanno aggiunto alcuna parola. Quindi noi ancora oggi non sappiamo chi è che ha sparato a mia sorella e chi ha fatto altro» ha dichiarato ai giornalisti presenti.
Il fratello aggiunge che ci sono altre figure che non sono state chiamate in causa e che avrebbero potuto fornire elementi utili a dipingere un quadro più completo: «Ci sono persone che non sono state chiamate in ballo ancora – ha specificato – come fiancheggiatori, come persone che hanno aiutato esternamente i killer che hanno ucciso mia sorella. La storia non è delineata del tutto. Ma si spera che ci sia qualcuno che abbia il coraggio di dire le cose come sono andate veramente» ha aggiunto, chiedendo trasparenza per una memoria che non può rimarginarsi senza verità.
A chiudere il cerchio giudiziario, l’avvocato di parte civile Gianmario Siani ha sottolineato l’importanza del supporto alle vittime e ai familiari, ricordando il valore delle equipe multidisciplinari che hanno accompagnato la famiglia lungo tutto il processo. L’intervento di psicologa, assistente sociale ed esperto legale è stato rimarcato come modello di tutela, un percorso che la Fondazione Polis e le “stanze d’ascolto” continuano a offrire agli investiti dall’orrore della violenza criminale.
Resta aperta la cornice di indagine su chi, al di là delle responsabilità già accertate, possa aver avuto ruoli di supporto o coinvolgimento nell’intera vicenda. L’omicidio di Gelsomina Verde è stato interpretato sia come atto estremo di rivalità tra fazioni sia come indicatore di un sistema criminale capace di sfruttare l’innocenza per accelerare i propri calcoli di potere. La memoria di quella strage, però, resta sollecita: la giustizia ha espresso una parte delle verità possibili, ma i nodi irrisolti della vicenda non possono, e non devono, essere cancellati dalla storia.
