Napoli – Dopo ore di dibattimento, la Corte d’Assise di Napoli ha inflitto l’ergastolo a Gennaro Cirelli, ritenuto dagli investigatori l’esecutore materiale dell’omicidio Scuotto. Antonio Muscerino, detto ‘o biondo, è stato assolto. In aula si è alzata forte tensione, tra urla e proteste dei familiari della vittima. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it.
Il verdetto è stato letto dal presidente Maurizio Conte, al termine di un processo lungo e complesso che ha visto la Procura chiedere per Muscerino lo stesso trattamento riservato al killer. Nella lettura del verdetto, la folla ha reagito in modo acceso: tra i cori e le contestazioni, una frase è rimasta impressa in aula, accompagnata da plateali manifestazioni di sconcerto: “Questa è la giustizia italiana, un ergastolo per non avere fatto niente”.
La decisione sui ruoli all’interno del commando è stata decisiva: mentre Cirelli è stato riconosciuto come l’esecutore dell’agguato, la difesa di Muscerino è riuscita a smontare, punto per punto, l’impianto accusatorio che lo vedeva come complice e fiancheggiatore delle azioni del gruppo. Le incongruenze emerse nelle deposizioni, soprattutto quelle dei figli della vittima, hanno indotto i giudici ad utilizzare la formula dell’assoluzione con piena ricostruzione dei fatti, nonostante Muscerino resti detenuto per un’altra causa.
L’evento criminologico risale al maggio del 2000. Giuseppe Scuotto, figura di primo piano nel cartello camorristico che controllava le direttrici della zona tra piazza Garibaldi e Vasto-Arenaccia, fu raggiunto da una salva di proiettili mentre viaggiava in sella a uno scooter lungo corso Novara. Una uccisione studiata, maturata in un contesto di forte paranoia interna al clan guidato all’epoca dal ras Eduardo Contini, noto come ‘o romano. Le motivazioni indicate dalle indagini puntavano sia al timore che la cupola potesse decidere di collaborare con la giustizia, sia al controllo del traffico di droga in quella porzione della city.
La chiave investigativa è stata l’interazione tra collaboratori di giustizia, intercettazioni recenti e l’impiego di strumenti tecnologici avanzati, tra cui i trojan. Grazie a questo tessuto di elementi, la polizia giudiziaria e la Direzione Distrettuale Antimafia hanno potuto chiudere una pagina rimasta aperta per oltre vent’anni, restituendo alla memoria collettiva una verità giudiziaria su una delle pagine più cruente della camorra napoletana dei primi anni Duemila. Tuttavia, il processo ha lasciato irrisolto il dubbio su un altro presunto complice che è riuscito a evitare la condanna: resta in fazzo di incertezza se esista ancora una rete di responsabilità non pienamente emersa davanti al tribunale.
In chiusura, la sentenza sembra chiudere un capitolo importante della stagione più violenta della camorra napoletana, ma non spegne le domande su come si è arrivati a questa verità e su quali altri filoni possano emergere da un’indagine lunga e complessa. Per ora la giustizia ha tracciato una linea tra chi ha materialmente sferrato l’attacco e chi, secondo i giudici, non ha offerto prove sufficienti per una condanna, mantenendo vive le ombre su quanto resta da chiarire.
