Sky ECC e una rete oltre Pagani: dentro il maxi-processo Fezza-De Vivo
Nel maxi-processo nato dall’inchiesta Summa Mater della Dda di Salerno, le cronache giudiziarie entrano in una nuova fase: 84 imputati complessivi, 55 dei quali hanno scelto il rito abbreviato, e una rete criminale che si estende oltre Pagani fino all’Agro e ai Monti Lattari.
Al centro dell’udienza è la prova fornita dalle chat criptate Sky ECC, decrittate grazie a una cooperazione internazionale mediante Ordine Europeo di Indagine emesso dalle autorità francesi. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la Gup del 12 ottobre ha rigettato l’eccezione di legittimità costituzionale sollevata dalle difese sull’acquisizione delle chat e dei dati provenienti dai criptofonini decriptati. Le sentenze gemelle delle Sezioni Unite della Cassazione del giugno 2024 hanno fornito i criteri per valutare la legittimità delle prove in sede di giudizio e cautelare, consolidando una cornice normativa su cui si è innestata l’inchiesta.
Le radici della vicenda risalgono al dicembre 2022: anziché arrendersi ai colpi degli arresti, il clan la “riformula” riorganizzandosi dentro e fuori le maglie della legge, favorito anche dalla latitanza di Vincenzo Confessore. In quella fase di riassetto, donne e tre minorenni hanno assunto ruoli centrali, sostituendo mariti e familiari finiti dietro le sbarre. Il quadro di potere non è circoscritto a Pagani e ai comuni dell’Agro: le indagini hanno tracciato un’espansione verso Sant’Antonio Abate e Santa Maria la Carità, con controllo territoriale e repressiva su dissenso e ribellioni, accumulando capitale criminale e territorio.
L’esame delle comunicazioni cifrate ha permesso di ricostruire una dinamica di traffico internazionale: nell’arco di quattro o cinque mesi, l’organizzazione avrebbe movimentato circa 750 chilogrammi di droga, tra hashish, cocaina e marijuana, approvvigionandosi da Sud America, Spagna e Olanda. E l’architettura criminale appare ramificata non solo in termini di rifornimento, ma anche di canali logistici e reti di supporto sul territorio.
A dare corpo e memoria al racconto, la voce dei collaboratori di giustizia: tra i pentiti di rilievo figura Vincenzo Petranovic, trentunenne figlio di Tommaso Fezza, noto anche come “o furmaggiar”, catturato a Milano dopo essere sfuggito al blitz iniziale e ora collaborante con la giustizia. Le dichiarazioni dei collaboratori si intrecciano alle prove tecniche, offrendo una cornice più completa di un archivio investigativo che non si limita a Pagani ma abbraccia una porzione rilevante della Campania e oltre i confini regionali.
Mentre si definiscono i contorni processuali delle posizioni, il calendario giudiziario resta fitto: il 22 ottobre è prevista la requisitoria della PM Elena Guarino per i 55 imputati che hanno scelto il rito abbreviato; seguiranno le arringhe delle difese, caratterizzate da un nutrito parterre di legali. L’evoluzione del procedimento resterà subordinata alle verifiche che emergono dalle chat decrittate e alle nuove verifiche dei contorni penali ancora da definire.
Il maxi-processo Fezza-De Vivo non è solo una cifra processuale: rappresenta una fotografia dell’abilità delle mafie locali di adattarsi ai cambiamenti, di estendere la propria influenza territoriale e di riorganizzarsi nonostante gli arresti. È anche una storia di cooperazione internazionale che mette in evidenza strumenti investigativi moderni, capaci di restituire una mappa di rete più dettagliata e meno fragile di fronte agli inesorabili riflessi della criminalità organizzata.
Nel panorama della Campania, la vicenda resta una cornice per la continua attenzione delle procure e delle forze dell’ordine, chiamate a vigilare sui risvolti giudiziari e sulle ricadute sociali di una criminalità che, come si è visto, non si limita a contare le reti ma le rimette in moto con nuove figure e vecchi schemi.
