A Napoli si avvicina la sentenza del maxi processo sul cosiddetto “super clan dei servizi”, accusato di aver trasformato le carceri italiane in centrali logistiche della camorra, capaci di garantire ai capi detenuti contatti, droga e telefoni cellulari per impartire ordini dall’interno delle celle. L’impianto accusatorio descrive una rete capace di mantenere il controllo anche da dietro le sbarre, con ripercussioni sull’intero territorio.
La fase dibattimentale è giunta alla sua fase conclusiva: a breve la Corte d’Appello di Napoli emetterà la sentenza, dopo le repliche degli avvocati difensori e prima della decisione definitiva, prevista in seduta. In primo grado, il quadro si era chiuso con 29 condanne e pene complessive attestate sui 250 anni di reclusione. Tredici imputati hanno scelto il concordato in appello, mentre altre tredici posizioni sono state affrontate a discussione ordinaria, segnando una quadro di analisi non ancora definitivamente definito. Secondo quanto riportato dalla fonte, tra gli avvocati della difesa figurano nomi di rilievo nel panorama giudiziario locale. Secondo quanto riferito da cronachedellacampania.it, la seconda fase dell’azione penale resta accomunata dall’impegno delle parti a chiarire ogni profilo della vicenda.
Il dibattito pubblico si intreccia con una controversia tecnica che riguarda l’uso dei jammer, gli inibitori di frequenza per bloccare i cellulari clandestini nelle strutture penitenziarie. Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha ricordato una sperimentazione avviata nel carcere di Secondigliano, che avrebbe prodotto risultati incoraggianti e ha indicato l’ipotesi di estendere l’iniziativa ad altri quattro istituti, in una prima fase rivolta a diverse strutture, soprattutto di alta sicurezza. La risposta ministeriale, secondo i dati diffusi, evidenzia che oltre 24 mila tentativi di chiamata sarebbero stati bloccati in 24 ore, ovvero quasi mille tentativi all’ora. Controcorente alle cifre di efficacia, alcune voci della popolazione residente nei quartieri vicini al carcere segnalano problemi di connettività domestica attribuibili, a loro dire, proprio all’uso dei jammer.
L’indagine che ha portato al maxi blitz del 19 marzo 2023 ha segnato un dei colpi più severi contro la rete di collegamento tra boss detenuti e gruppi criminali attivi sul territorio. In quella operazione furono eseguite 21 misure cautelari, a seguito della richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Gli investigatori hanno ricostruito un organismo strutturato, dedito all’introduzione di telefoni cellulari, droga e altri oggetti vietati in 19 istituti penitenziari italiani, con un ruolo centrale attribuito al carcere di Secondigliano come snodo importante per il controllo dall’esterno.
La dinamica descritta dall’accusa comprende l’impiego di droni pilotati da professionisti per consegnare palleggi e merce proibita all’interno delle carceri, accompagnata da un tariffario che variava a seconda della natura della fornitura: circa mille euro per uno smartphone, 250 euro per telefoni destinati solo alle chiamate vocali, fino a sette mila euro per recapitare sostanze stupefacenti. Le intercettazioni, le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e i servizi di osservazione hanno formato un mosaico utile agli inquirenti per delineare un modello di gestione imprenditoriale di un’attività illecita, capace di superare barriere di sicurezza e di mantenere contatti diretti tra detenuti e ambienti esterni.
Tra gli imputati emergono figure ritenute vicine a diverse articolazioni camorristiche dell’area napoletana e della provincia. Tra i nomi di rilievo compaiono Ciro Contini, noto come “’o Nirone”, vicino al clan Contini e nipote del boss Eduardo Contini; Matteo Balzano, Giovanni Baratto, Cristian Esposito e Maria Nappi, moglie del ras Massimiliano Esposito “’o Scognato”. Coinvolti anche affiliati ai gruppi Abbinante, Vigilia, Fusco di Cercola, Mazzarella, De Micco, Puccinelli, Sibillo, Del Prete, e individui provenienti da Caivano, Soccavo e Torre Annunziata.
L’attesa per la sentenza definitiva resta alta: il processo d’Appello è considerato tra i più complessi degli ultimi anni nella materia della criminalità organizzata. La vicenda, spiegano gli analisti della procura e della Dda, resta una pietra di confronto essenziale tra repressione, controllo territoriale e logistica criminale. La lettura delle fasi processuali future e degli sviluppi prospettici, resta legata all’esito delle discussioni in autunno e agli eventuali passaggi successivi in sede di giudizio.
Secondo quanto riferito da cronachedellacampania.it.
