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Cronaca

Ex pentito Carmine Grosso: droga, piazze e una rete che coinvolge il sistema sanitario

Ex pentito Carmine Grosso: droga, piazze e una rete che coinvolge il sistema sanitario

Sanità napoletana: una rete di droga, tasse di territorio e infiltrazioni fin dentro le logiche della Sanità raccontate da un pentito

Una ricostruzione finora inedita, fornita dall’ex camorrista Carmine Grosso, tratteggia una mappa articolata della criminalità nel cuore di Napoli. L’uomo, 61 anni, finito in cella nel corso del blitz dello scorso marzo e ora collaboratore di giustizia, descrive un sistema che va oltre la semplice vendita di stupefacenti: rifornimenti, controllo del territorio e una sorta di tassazione che avrebbe regole interne, applicate con rigidità anche quando la fornitura vacilla. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, i tre verbali depositati nel rito abbreviato hanno permesso ai magistrati della Dda di Napoli di mettere nero su bianco una ricostruzione interna dei rapporti tra gruppi rivali e alleanze strutturate nel quartiere.

Il fulcro dell’intervento di Grosso riguarda l’intreccio tra il gruppo Savarese, detto “’o Mellone”, e ambienti riconducibili ai Mazzarella. L’ex collaboratore racconta che la rete si riforniva quasi esclusivamente tramite Salvatore Barile, chiamato dai presenti “Totoriello”, indicato come punto di riferimento per l’approvvigionamento. È il punto di partenza di una catena che, a detta sua, avrebbe fatto perno sull’organizzazione di Barile per alimentare le piazze di spaccio della zona. La discussione procede con un secondo tassello: Salvatore Matrone, noto come “Sasone”, che, sempre secondo Grosso, avrebbe portato la droga già confezionata nella Sanità dopo averla ricevuta da Barile.

La dichiarazione descrive anche un distinguo rivelatore dal punto di vista giuridico: Grosso sostiene di aver riportato fatti che aveva visto personalmente, separandoli da quanto gli altri gli avessero riferito. Una scelta processuale rilevante, perché la verifica delle dichiarazioni dei collaboratori resta essenziale per l’accertamento delle responsabilità. Gli inquirenti hanno in mano registrazioni e percorsi investigativi che corroborano, in parte, la descrizione fornita dal pentito, ma l’ampiezza dei rapporti e la loro strategia di controllo restano ancora da verificare in modo definitivo.

Un passaggio chiave del racconto riguarda l’aspetto logistico della droga: una figura chiamata Gabriele sarebbe stata incaricata di consegnare la sostanza nella Sanità. Grosso racconta che la droga giungesse già confezionata e che l’intera filiera coinvolgesse diversi attori prima di raggiungere le piazze di vendita. Ma non è tutto: una trovata descrittiva che emerge con forza è la codifica della dinamica economica del mercato, sintetizzata nel concetto del “sistema” e della cosiddetta “settimana”. Secondo il pentito, la cocaina non veniva solo acquistata o venduta, ma era legata a una sorta di tassazione periodica imposta dalle strutture dominanti per poter continuare a operare, con una quota che doveva essere versata anche quando l’approvvigionamento non era garantito. L’immagine che ne scaturisce è quella di una camorra che regola il mercato clandestino come un vero e proprio regolamento interno, imponendo una tassa fissa oltre al prezzo di mercato della sostanza.

La narrazione di Grosso si inseguirà ora con le verifiche tipiche dei procedimenti in corso. L’elenco fornito dall’ex collaboratore comprende anche altri nomi già presenti in anteriori procedimenti: Gianluca Galeota “Sasillo”, Vincenzo Peluso (figlio di “Cicciobello”), Gennaro De Martino, Amodio e Salvatore Matrone, tutti indicati come parte della rete che si muoveva sotto la supervisione, secondo le sue parole, di Barile. L’intero quadro si intreccia con figure già note nel cluster Misso e con riferimenti al clan Vastarella delle Fontanelle, segnalati come passaggi di un percorso criminale caratterizzato da alleanze e cambi di fronte nel tempo.

La lunga traiettoria di Grosso non è slegata dal contesto storico della camorra nella Sanità. Il suo nome ricorreva già in indagini legate al clan Misso, con coinvolgimenti che risalgono agli inizi degli anni Duemila, e con riferimenti ad eventi violenti del passato, tra cui omicidi attribuiti in passato a membri della locale compagine. Ora l’attenzione degli inquirenti si concentra su quanto dichiarato nel quadro della cooperazione, valutando la coerenza di questi elementi con quanto già emerso e con le prove in corso: intercettazioni, documentazione e le confutazioni di altri collaboratori che potrebbero confermarne o smentirne i dettagli.

La strada aperta dalle dichiarazioni di Grosso non vuole essere una semplice fotografia di una rete: è una finestra su dinamiche economiche, politiche e di potere che hanno scritto, e continuano a scrivere, la geografia criminale di un quartiere da sempre al centro di tensioni tra gruppi rivali. Il percorso investigativo proseguirà con la verifica di ogni elemento, tra conferme e chiarimenti, per capire quanto di questa narrazione sia la chiave per leggere l’evoluzione della sanità criminale napoletana e quali limiti avranno le indagini nelle prossime settimane.

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