Anna Aieta, tra legami familiari e potere within camorra, è morta nel carcere dell’Aquila all’età di 69 anni. Era detenuta in regime di cumulo pene e, da agosto, era ricoverata in ospedale a seguito di un episodio ischemico che ha chiuso la sua lunga vicenda giudiziaria. La notizia arriva in un contesto in cui la figura di una donna legata al clan Mallardo è stata oggetto di interpretazioni diverse tra inchieste e atti processuali. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la sua scomparsa chiude un capitolo cruciale di una storia che ha segnato l’Alleanza di Secondigliano, intrecciando famiglie, affari e potere criminale.
La pena accumulata nel processo che la vedeva coinvolta ammontava a circa 23 anni di reclusione per reati tra cui associazione di tipo mafioso ed estorsione. Era assistita dall’avvocato Gian Paolo Schettino. La sua posizione è stata letta dagli investigatori non solo come la moglie del capoclan, ma come una figura che avrebbe progressivamente influenzato la gestione degli interessi del gruppo, sviluppando una sua autonomia nelle dinamiche criminali, in particolare nell’esercizio abusivo del credito, con altri esponenti impegnati in settori riconosciuti funzionali al reinvestimento dei proventi illeciti.
Nel contesto della storia criminale di Anna Aieta emergono i legami familiari che hanno caratterizzato l’alleanza tra i clan napoletani: le sorelle Maria e Rita Aieta erano sposate rispettivamente con Eduardo Contini e Patrizio Bosti. La trama delle relazioni familiari tra Mallardo, Contini e Bosti è stata letta dagli investigatori come uno degli elementi portanti della tenuta dell’“Alleanza di Secondigliano”. Già prima dell’arresto di Aieta, dichiarazioni di collaboratori di giustizia avevano indicato le sorelle Aieta tra i personaggi di vertice dell’organizzazione, segnalando che le loro disposizioni avrebbero potuto influire anche sulla gestione delle estorsioni. Si tratta, va ricordato, di elementi da valutare nel contesto processuale e non di certezze giudiziarie definitive.
Uno degli snodi centrali dell’inchiesta del 2016 riguarda la capacità del clan Mallardo di trasformare i proventi illeciti in investimenti apparentemente leciti: i sequestri colpirono società, immobili, conti correnti e attività commerciali che andavano dalla distribuzione di pane e prodotti da forno fino a supermercati. Nel dicembre di quell’anno un’ulteriore operazione portò al sequestro di nove società operanti nel commercio di gioielli e preziosi, per un valore stimato di circa 25 milioni di euro. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’imprenditore destinatario del provvedimento avrebbe ricevuto ingenti somme da Francesco Mallardo e Anna Aieta, denaro poi reinvestito nelle attività stesse.
La vicenda personale di Anna Aieta non può essere letta separatamente dal destino di Francesco Mallardo, suo marito, scomparso il 29 maggio 2025 in una clinica di Parma, all’età di 74 anni. Ciccio ’e Carlantonio era considerato tra i principali esponenti dell’Alleanza di Secondigliano: la sua traiettoria, dalle origini della camorra giuglianese negli anni Settanta e Ottanta fino all’infiltrazione economica, è stata oggetto di ripetuti arresti e lunghe latitanze. La sua morte non ha però chiuso la pagina giudiziaria del clan Mallardo: nel settembre 2026 la Cassazione ha definito le condanne all’ergastolo per Francesco Napolitano e Michele Olimpio, ritenuti mandante e autore materiale dell’omicidio di Mario Di Lorenzo, assassinato a Giugliano nel 1996, con i due individuati come elementi di vertice della rete mallardiana.
La figura di Anna Aieta, quindi, aiuta a leggere una dinamica meno pubblica della camorra napoletana: non solo un matrimonio tra famiglie dei clan, ma una struttura in cui legami di sangue si intrecciano con ruoli decisionali e gestione economica. L’analisi degli investigatori indica che, quando i vertici del gruppo venivano colpiti da arresti e condanne, alcune figure femminili avrebbero mantenuto i contatti e la continuità degli interessi. In questo quadro, la figura di Aieta viene descritta come una protagonista silenziosa della dinamica dell’Alleanza di Secondigliano, una parabola interrotta dall’esito della detenzione e dalla sua morte a 69 anni, lasciando aperte nuove domande sulla persistenza delle reti criminali oltre il “corpo” del clan.
