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A Napoli il partigiano Di Paola avverte: «Studiate, Fascismo era dittatura»
Napoli, 27 settembre 1943. Un ventunenne dell’Arenella impugna un fucile rubato e blocca la strada per l’ospedale Cardarelli. Iniziava così la rivolta che cambiò l’Europa.
Gennaro Di Paola, morto a 97 anni nel Natale 2019, era tra gli ultimi testimoni vivi. Ne avevamo parlato con lui poco prima. Ricordava ogni dettaglio con occhi lucidi.
“Credere, obbedire, combattere”, ripeteva. Quelle tre parole inculcate a scuola durante il Ventennio. Sabati obbligatori sotto le lapidi dei caduti della Grande Guerra. Famiglie zitte per paura dei “capopalazzo”, spie del regime in ogni vicolo.
Napoli bolliva. Mussolini arrestato a luglio. Antifascisti liberi. Armi nascoste nelle caserme dei quartieri. Tedeschi ovunque, alleati del Duce repubblichino.
Poi, il 27 settembre. Senza ordini centrali. Ogni rione insorge da solo. Arenella, Vomero, Materdei. Donne che lanciano pietre. Ragazzi con bottiglie molotov. Anziani che caricano barricate.
“Noi all’Arenella incominciammo a bloccare la via che portava all’ospedale Cardarelli”, raccontava Di Paola. “Ogni quartiere di Napoli era insorto. Donne, uomini, ragazzi. Una cosa incredibile. Fummo la prima città in Europa a ribellarci”.
I tedeschi capirono il pericolo. Tolsero gli otturatori dai fucili italiani. Sparavano a vista. Bombardavano dai Fortezza. Ma Napoli non si fermò. Quattro giorni di fuoco. La città libera prima di tutte.
Partigiani? Di Paola rideva. “Napoli è stata partigiana intera. Qualcosa che ti lascia il segno”.
Da allora, le Quattro Giornate di Napoli sono storia. Ma a scuola fascista non si insegnava libertà. Si obbediva.
Oggi, a 80 anni dall’insurrezione, i vicoli dell’Arenella sussurrano ancora quelle storie. Quanti fucili pronti oggi contro nuove dittature? Napoli aspetta risposte. Voi che ne pensate?
