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La madre di Emanuele Di Caterino racconta il dolore: figlio ucciso e famiglia lasciata sola dallo Stato

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La madre di Emanuele Di Caterino racconta il dolore: figlio ucciso e famiglia lasciata sola dallo Stato

In una Napoli ferita, il grido di una madre per la giustizia negata: #Napoli #GiustiziaPerEmanuele

Immaginate un’aula di tribunale affollata, dove l’aria è pesante di delusione e l’eco delle voci rimbalza tra le pareti spoglie. È qui, nel cuore di Napoli, che Amalia Iorio affronta un nuovo capitolo di dolore, stringendo tra le mani i frammenti di una vita spezzata. La sua storia non è solo cronaca, ma un riflesso del contesto urbano che avvolge questa città, dove la violenza strappa i giovani alle loro famiglie e lascia ferite profonde nella comunità.

Con la voce rotta dall’emozione, Amalia condivide il suo tormento: «Oggi sono una mamma orfana. Abbandonata dallo Stato e dalla giustizia». E aggiunge, senza un filo di risentimento ostentato, «So bene che nessuna sentenza potrà mai restituirmi il mio Emanuele, ma dai giudici mi sarei aspettata altre decisioni. Di Certo non l’ennesima assoluzione». In quel momento, mentre le lacrime sgorgano incontrollate, si percepisce l’impatto su una intera rete di affetti: amici, vicini e parenti che, come lei, si sentono traditi da un sistema che sembra inciampare troppo spesso.

Pochi istanti dopo la sentenza, l’atmosfera nell’aula 314 si carica di tensione. Amalia non può più trattenersi e, tra avvocati e giudici impassibili, grida con tutta la forza del suo cuore: «La giustizia esce sconfitta». Questo sfogo non è isolato, ma l’apice di un’odissea durata tredici anni, una battaglia giudiziaria che ha logorato speranze senza offrire risposte. Come tante madri in contesti simili, lei ha mantenuto un rispetto ostinato per le istituzioni, confessando: «In tutti questi anni ho sempre avuto rispetto per i giudici e per le istituzioni». Ma ora, di fronte al vuoto, domanda con una semplicità disarmante: «Ma questa volta non ce l’ho fatta. Al presidente vorrei fare una sola domanda: chi ha ucciso mio figlio?».

Ogni notte, in una Napoli che brulica di storie come la sua, Amalia rivive l’angoscia: «Me lo chiedo ogni notte e questa cosa mi toglie il sonno». Ha persino cercato aiuto più in alto, rivelando: «Ho scritto anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio perché si accendesse un riflettore su questa vicenda. I referti medici parlano chiaro: Emanuele è stato colpito alle spalle, ucciso senza neppure accorgersi di ciò che stava accadendo». Emanuele era solo un ragazzo che tornava a casa, ignaro del pericolo, e la madre ricorda con un brivido: «Ricordo la sua voce al telefono mentre moriva», e subito dopo, «Non ha avuto il tempo di capire nulla». È un quadro che rispecchia le ombre del territorio, dove la violenza giovanile lascia segni indelebili, invitando a riflettere su come proteggerne le vittime future.

Nella sua sofferenza, Amalia si trasforma in un ponte verso la comunità, rivolgendosi direttamente ai giovani con un appello carico di umanità: «Ai giovani vorrei dire di deporre coltelli e pistole. Non fate più soffrire le mamme come me. Noi siamo orfane e anche abbandonate dallo Stato. Vivete la vita a pieno, perché è il dono più prezioso che avete». Emanuele, per lei, era l’essenza della purezza in un mondo caotico: «Emanuele era un ragazzo puro, viveva nella luce», e descrive con affetto i suoi sogni, «Studiava al liceo, amava studiare e sognava di iscriversi a Ingegneria, magari in un’altra città. Aveva la testa sulle spalle. Anche quella sera era uscito con serenità. Il lunedì aveva un compito di matematica e pensava solo a quello». Parole che evocano un ragazzo comune, strappato a una vita piena, e fanno eco alle tante famiglie napoletane che lottano contro lo stesso buio.

Il peso morale di tutto ciò è palpabile: «Chi lo ha ucciso dovrà guardarsi le mani per tutta la vita. Quelle stesse mani con cui ha tolto la vita a mio figlio». Nonostante il cuore a pezzi, Amalia ammette: «Il mio cuore è spaccato», ma rivela una resilienza toccante, «Ho però altri tre figli che devo proteggere. Non mi sono incattivita. Amo stare tra i ragazzi perché loro sono la nostra vita». E non manca una nota di amarezza verso un sistema imperfetto: «non è uguale per tutti», un’osservazione che, senza esagerazioni, invita a considerare le disparità nella giustizia italiana.

Tuttavia, tra le ombre, ci sono luci di solidarietà: «Non dimenticherò mai i pullman arrivati per i funerali di Emanuele, né la lettera di Papa Francesco che mi invitò a un’udienza privata, scrivendomi quanto lo avesse colpito il suo viso pulito». Da quel dolore, è nata una promessa di continuità: «Ho fondato un’associazione che porta il nome di Emanuele. Con questo progetto continuerò a far vivere il suo ricordo», e con essa, un monito per tutti, «Mio figlio è stato ucciso e noi siamo stati abbandonati dallo Stato». In storie come questa, Napoli e le sue comunità trovano il coraggio di chiedere non solo verità, ma un cambiamento che tocchi il cuore di tutti.

Alla fine, il cammino di Amalia ci ricorda che il dolore condiviso può accendere riflessioni durature, spingendo la società a intrecciare giustizia e compassione per evitare che altre madri percorrano questa strada solitaria.

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