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La faida sulle palazzine a Sant’Antimo avanza con le condanne alleggerite dalla Corte d’Appello, un segnale…

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La faida sulle palazzine a Sant’Antimo avanza con le condanne alleggerite dalla Corte d’Appello, un segnale…

Nel cuore di Sant’Antimo, una faida criminale trova un nuovo capitolo con sconti di pena che scuotono la comunità #SantAntimo #Giustizia #Camorra

Immaginate una sera tranquilla in un complesso residenziale di Sant’Antimo, dove le luci delle palazzine proiettano ombre su vite intrecciate da legami familiari e tensioni sotterranee. È qui, nel quartiere di via Solimene, che il 8 marzo 2023, un raid armato ha improvvisamente trasformato una routine quotidiana in un dramma di violenza, lasciando tracce indelebili su una comunità già provata da conflitti come la cosiddetta “faida delle palazzine”.

Antonio Bortone, un giovane di 26 anni legato agli ambienti del clan Ranucci, giaceva riverso nel cortile, colpito da 13 proiettili sparati a distanza ravvicinata – un atto brutale che i carabinieri hanno documentato raccogliendo 17 bossoli sul luogo. Non lontano, Mario D’Isidoro, 29 anni e con un passato segnato da denunce per droga, ricettazione e armi, è riuscito a sopravvivere grazie a un colpo di fortuna: il suo borsello a tracolla ha deviato la traiettoria di tre proiettili, cambiando il corso di quella notte fatale. Queste storie, radicate nel tessuto urbano di Sant’Antimo, riflettono come le lotte per il controllo delle piazze di spaccio possano esplodere in violenza, erodendo la sicurezza di un’intera comunità e lasciando famiglie a fare i conti con il lutto e la paura.

Ora, a distanza di tempo, i giudici della terza sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli hanno rivisto il verdetto, accogliendo appelli che hanno eliminato la circostanza aggravante della premeditazione per alcuni coinvolti. Per Michele Cleter, considerato l’esecutore materiale del raid, questo ha significato una riduzione significativa della pena, portandola a 20 anni di reclusione – una decisione che sottolinea come le sfumature legali possano alterare il peso della giustizia, offrendo forse una seconda opportunità, ma anche sollevando interrogativi sul messaggio inviato alla società. Lo stesso destino ha toccato Fabio Cuomo, con una condanna ora a 16 anni e 8 mesi, Gaetano Vallefuoco a 18 anni e 8 mesi, e Michele Landolfi a 16 anni, tutti legati agli assetti criminali del clan Ranucci secondo le indagini basate su intercettazioni e video.

Le prove raccolte dai carabinieri, attraverso un meticoloso lavoro di intelligence, hanno dipinto un quadro di tensioni criminali motivate dalla brama di dominio sul traffico di stupefacenti. Eppure, in un contesto urbano dove le famiglie convivono con l’eco di tali conflitti, ci si domanda se queste sentenze possano davvero contribuire a lenire le ferite della comunità o se, invece, rappresentino solo un capitolo transitorio in una lotta più ampia. Sant’Antimo, con le sue strade familiari e i suoi problemi nascosti, merita una riflessione su come la legge possa non solo punire, ma anche prevenire, per un futuro meno segnato dall’ombra della camorra.

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