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La battaglia contro la Camorra prosegue: il boss D’Alessandro resta in carcere

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La battaglia contro la Camorra prosegue: il boss D’Alessandro resta in carcere

Nel cuore di Castellammare, l’ombra della camorra resta in catene: giustizia e comunità in bilico. #Camorra #Stabia #Giustizia

Immaginate una mattina qualunque a Castellammare di Stabia, dove il Mare Tirreno lambisce le strade affollate di negozi e caffè, ma l’eco di vecchie faide continua a riecheggiare tra la gente. Oggi, in questa città dalle radici profonde e complesse, il Tribunale del Riesame di Napoli ha confermato la detenzione per il boss Vincenzo D’Alessandro e quattro dei suoi fedelissimi, un capitolo che si aggiunge alla lotta contro il crimine organizzato che da anni segna il tessuto sociale locale.

Tra i sedici indagati del blitz della DDA di Napoli dello scorso maggio, solo sei posizioni sono state esaminate, e tra loro spicca la storia di Katia Scelzo, l’unica che rimane libera. Difesa con passione dalla sua avvocata, Olga Coda, questa quarantenne è la figlia di Pietro Scelzo, tristemente noto come o nasone, ucciso in un agguato di camorra davanti a casa nel 2006. Si dice che Katia abbia accettato un immobile in cambio del silenzio, un patto oscuro che rispecchia come il peso del passato possa ancora influenzare vite ordinarie in un contesto urbano dove la lealtà familiare spesso si intreccia con l’illegalità.

Il boss Vincenzo D’Alessandro, affettuosamente chiamato lo zio dai figli maschi del defunto Michele D’Alessandro, rimane dietro le sbarre insieme al suo parente Michele Abbruzzese, il cosiddetto o paciariello, figura chiave come cassiere del clan. Accanto a loro, Vincenzo Spista e Giuseppe Oscurato – quest’ultimo legato a un consigliere comunale eletto in una lista civica – completano il quadro di una rete familiare e sociale che si estende nei vicoli della città. Poi c’è Luciano Verdoliva, ancora irreperibile, per il quale il Riesame ha ordinato la detenzione, un’assenza che sottolinea quanto queste storie possano sfuggire al controllo, lasciando la comunità in uno stato di incertezza.

Al centro di questa inchiesta ci sono storie di estorsioni che feriscono il cuore di Stabia: commercianti e imprenditori vessati, come il titolare di un noto bar pestato personalmente dal boss Enzo D’Alessandro, o quel pescivendolo reo di aver osato acquistare il pesce dal cugino invece che dal clan. Queste aggressioni non sono solo crimini, ma ferite aperte in una comunità che lotta per riprendersi le sue strade, riflettendo come il controllo illegale possa soffocare l’economia locale e minare la fiducia tra i cittadini.

È un promemoria, in fondo, che la battaglia contro tali dinamiche non è solo una questione di leggi e tribunali, ma di resilienza umana: in luoghi come Castellammare, ogni decisione giudiziaria aiuta a ridisegnare un futuro più sicuro, un passo alla volta, per chi vive all’ombra di queste ombre persistenti.

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