Scampia, un pentito svela il lato oscuro della “33”: storie di potere e droga tra i vicoli. #Scampia #Criminalità #Napoli
Immaginate di camminare per le strade affollate di Scampia, dove la vita quotidiana nasconde un mondo sotterraneo di traffici e alleanze. Qui, le parole di un uomo che ha deciso di parlare – un pentito noto come Salvatore Roselli, detto “Frizione” – dipingono un quadro vivido di come il mercato della droga non sia solo un’attività illecita, ma un sistema ben oleato che influenza famiglie, quartieri e vite intere. Le sue testimonianze, raccolte nelle indagini recenti, ci guidano attraverso una rete di cocaina e “kobrett” – come vengono chiamati localmente hashish e altre sostanze – rivelando come questa “piazza” sotto la famosa “33” funzioni come un’impresa invisibile, con regole e gerarchie che resistono al tempo.
Roselli, con la sua esperienza diretta, non descrive solo fatti, ma racconta una storia di adattamento e sopravvivenza in un territorio segnato dalla criminalità. Emerge un modello impressionante per la sua stabilità: non un caos improvviso, ma una struttura che cambia facce senza alterare le basi, come un ingranaggio che ruota inesorabile. Questo sistema, secondo il suo resoconto, divide ruoli con precisione: chi decide in alto, chi esegue per strada, e come tutto si regge su rifornimenti costanti e “rendite” che alimentano l’organizzazione. È un mondo dove il lessico stesso – parole come “piazza a pezzi”, “quota” o “cacciare” soldi – diventa parte del tessuto quotidiano, un linguaggio che rende umano ciò che appare mostruoso.
La narrazione si approfondisce con il blitz recente, che ha colpito una rete legata proprio a questa “33”, dove Roselli emerge come un ponte tra livelli diversi del potere. Non era solo un giocatore marginale; per anni, è stato un punto di contatto cruciale, un “ministro degli esteri” per il clan, come lo definiscono le indagini. “I Sette Palazzi… era l’avamposto degli Amato-Pagano su Scampia”, spiega, trasformando un semplice quartiere in un avamposto strategico. Da lì, organizzava incontri con figure chiave, da altre famiglie come i Licciardi o i Di Lauro, mantenendo equilibri fragili. È una storia che fa riflettere su come questi legami non siano solo affari, ma un tessuto sociale che lega il crimine al territorio, influenzando chi vive e lavora qui.
Ma i racconti di Roselli non si fermano alle alleanze; catturano anche i cambi di guardia interni, come quando il suo ruolo passò a Salvatore Mele, detto “Saviuccio”, per necessità o errori. “Per un periodo… fu fatto responsabile di Scampia al posto mio… ma poi dopo io ripresi il mio ruolo, perché MELE fece qualche casino”. Questo dinamismo, quasi aziendale, mostra come l’organizzazione si adatti senza perdere efficienza, un dettaglio che sottolinea la resilienza di questi sistemi – e il loro impatto sulle comunità, dove una leadership instabile può portare a tensioni reali. Le descrizioni della “piazza” sotto la “33” sono particolarmente evocative: un mercato diviso con precisione, dove Mele controllava cocaina e “kobrett”, mentre altri gestivano eroina o hashish, in una specializzazione che evita scontri per massimizzare guadagni.
Attraverso i suoi verbali, Roselli dipinge scene di scambi audaci, come cessioni di “piazze” tra gruppi, che sembrano trattative d’affari. “Gli ho ceduto la piazza di eroina che io avevo nella ‘33’… e in cambio mi ha dato… la piazza di eroina ‘sotto ’o furno’ del Baku”. È un’economia sotterranea dove il territorio è un bene negoziabile, e le regole includono “mesate” – quote mensili – per mantenere la pace e sostenere i carcerati. Queste dinamiche, raccontate con una cruda onestà, evidenziano come il crimine non sia isolato, ma intrecciato con la vita locale, dove un “buco” di centinaia di migliaia di euro può scatenare epurazioni, come nel caso di Alessandro Rignante.
Numeri e dettagli aggiungono spessore al racconto: una piazza che vendeva “7-800 pezzi al giorno”, con rifornimenti di 3-5 kg di cocaina al mese, e figure come Gaetano Sacco che alimentavano la catena. Roselli distingue tra chi comanda e chi esegue, come nel caso di Fabio Cartigiano: “Sull’hashish, la piazza è sua, ma dà una quota a Savio MELE; invece per il kobrett, lavora alle dipendenze del MELE, e prende la mesata”. Queste storie di attriti, come le tensioni con la Vanella Grassi e i pagamenti per la tregua – “la Vanella Grassi pretendeva una quota sulla piazza” – rivelano un equilibrio precario, comprato con denaro e compromessi.
In tutto questo, emerge un quadro umano: non solo criminali, ma persone in un sistema che li trascina. Le dichiarazioni di Roselli ci ricordano che dietro questi fatti c’è un territorio segnato da scelte difficili, e la domanda rimane aperta su come comunità come Scampia possano spezzare questi cicli per un futuro diverso.