Gio. Gen 29th, 2026

Campania avvia il salario minimo regionale

Campania avvia il salario minimo regionale

La Campania rivoluziona gli appalti con un salario minimo “premiale”: un’innovazione che punta a premiare le imprese virtuose e proteggere i lavoratori del Sud. #SalarioMinimo #AppaltiPubblici

Immaginate una Campania dove i lavoratori degli appalti pubblici non sono solo numeri su un foglio, ma persone con famiglie da sostenere: ecco cosa sta cercando di realizzare la Regione con un approccio innovativo e premiale. Invece di imporre obblighi rigidi, il nuovo disegno di legge – approvato dalla giunta regionale – introduce un sistema che premia le imprese disposte a garantire salari dignitosi, rendendo le gare d’appalto un’opportunità per valorizzare il lavoro sul territorio.

Al centro di questa iniziativa c’è una soglia di 9 euro lordi l’ora, un valore non fisso ma dinamico, che le imprese possono superare per ottenere punteggi extra. Non è un’imposizione, bensì un incentivo: chi si impegna a pagare almeno questa cifra ai dipendenti, inclusi subappaltatori, guadagna un vantaggio nelle valutazioni delle offerte. Immaginate un cantiere in Campania dove i lavoratori sentono che il loro sforzo è riconosciuto, magari con aziende che competono per offrire ancora di più, superando quella base e scalando i punteggi per fasce superiori. È un modo per far sì che le scelte economiche riflettano i valori della comunità, promuovendo condizioni di lavoro dignitose in una regione spesso segnata da precarietà.

Ma la norma va oltre la semplice assegnazione: prevede controlli rigorosi durante l’esecuzione dei contratti, con penali automatiche in caso di inadempienza, per assicurare che le promesse diventino realtà. E per monitorare l’impatto, è in programma un rapporto biennale che analizzerà quante imprese hanno beneficiato di questi incentivi e come questo influisce sul mercato locale. “Garantendo in ogni caso che esso non sia inferiore al tre per cento del punteggio complessivo attribuito all’offerta tecnica”, come specificato nel testo, questo meccanismo non solo incoraggia le buone pratiche, ma le rende misurabili, adattandosi alle evoluzioni del mercato e dell’inflazione.

Un aspetto rassicurante è che tutto questo non peserà sulle tasche dei contribuenti: la legge assicura che non ci saranno nuovi costi per il bilancio regionale, utilizzando risorse già esistenti. Si allinea anche con la Costituzione italiana e le direttive europee, puntando a “favorire la qualità del lavoro” e a promuovere salari “congrui, proporzionati e sufficienti”, come un piccolo ma significativo passo verso un’economia più equa per le persone della Campania.

Tuttavia, non tutti sono entusiasti. Prendete Confindustria Napoli: inizialmente, il suo presidente aveva espresso sostegno, definendolo “uno strumento utile per selezionare le imprese più qualificate, oltre che per tutelare i lavoratori”, un’apertura che sembrava promettente. Ma in un colpo di scena durato appena dodici minuti, è arrivato un dietrofront secco: “La retribuzione dei lavoratori va definita attraverso la contrattazione collettiva. Per noi il principio da salvaguardare è che, in tutte le sue componenti, il salario sia espressione dei contratti nazionali e aziendali”. Questo repentino cambiamento fa riflettere su quanto le dinamiche del mondo imprenditoriale possano influenzare le posizioni, lasciando aperti interrogativi su pressioni esterne in un contesto regionale già complesso.

In fondo, questa iniziativa non è solo una regola burocratica, ma un segnale che il lavoro può essere al centro del progresso locale, invitandoci a chiederci come simili misure possano davvero migliorare la vita quotidiana delle persone in Campania.

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