Le riflessioni di Ottavio Bianchi sulla sfida tra Inter e Napoli: un’analisi appassionata dal cuore del calcio italiano #InterNapoli #StorieDiCalcio
Immaginate un veterano del pallone, seduto comodamente in poltrona, con gli occhi che rivivono glorie passate mentre osserva la partita tra Inter e Napoli. Ottavio Bianchi, con la sua esperienza al vertice del calcio, guarda al 2-2 di San Siro non come un semplice spettatore, ma come chi ha plasmato storia sul campo. Per lui, quella sera è stata una vera emozione: “Mi sono divertito, mi è piaciuta. È stata una partita intensa e corretta, con un buon ritmo, quasi da calcio inglese”. L’atmosfera dello stadio, con il rombo della folla e l’intensità del gioco, ha riportato in vita ricordi di partite epiche, evidenziando come il calcio unisca ancora comunità e territori in un abbraccio condiviso, anche se gli allenatori in panchina, per loro natura esigenti, potrebbero non averne goduto appieno: “Sono molto esigenti, è normale”.
Nel calore di quella sfida milanese, Bianchi non nasconde un velo di rammarico per l’Inter, che ha visto sfumare il vantaggio due volte, quasi come un’eco di opportunità perse in un contesto urbano dove il calcio è parte dell’identità locale. Eppure, la sua analisi va oltre, celebrando il Napoli come una squadra solida e determinata: “Farsi raggiungere così, per due volte, non fa piacere”, ammette, ma aggiunge con ammirazione, “Di fronte avevano una squadra ben organizzata. Il Napoli si è comportato proprio da grande squadra. Recuperare due volte a San Siro in quella maniera non è da tutti”. Protagonista della serata è stato Scott McTominay, un giocatore che ha catturato l’attenzione di Bianchi, evocando l’era d’oro del calcio: “Da tempo non si vedeva un giocatore così. Una volta a Coverciano si diceva giocatore universale, uno che interpreta tutte le fasi della partita. Avrebbe giocato anche nel mio Napoli di Maradona. Uno così gioca ovunque”. È un promemoria gentile di come figure del genere possano ispirare le nuove generazioni, rafforzando il legame tra il campo e la comunità che vi fa il tifo.
Passando ai momenti più accesi, come la sfuriata di Antonio Conte, Bianchi offre una prospettiva empatica, riflettendo su come il mondo del calcio sia cambiato, ma le emozioni restino le stesse. “La nostra educazione era diversa, ma bisogna accettare certi momenti. L’allenatore in panchina si sente solo”, spiega con un tocco di comprensione, anche se ammette le sue differenze: “Io mi comportavo in maniera completamente diversa, ma certi atteggiamenti sono giustificabili. Dipende dal temperamento”. In questo, si coglie un invito a riflettere sul contesto sociale del pallone, dove la pressione può amplificare reazioni umane, ricordandoci che dietro ogni tattica c’è una persona che combatte le sue battaglie.
Ma lo sguardo di Bianchi si allarga al panorama più ampio del calcio italiano, con un tono riflessivo e critico che sottolinea le sfide strutturali. Parlando del rifiuto allo stage della Nazionale, non lesina parole dure: “Poi non lamentiamoci se i risultati sono quelli che sono. Già due volte non siamo andati ai Mondiali, non vorrei che fosse la terza. Sarebbe una cosa gravissima”. Per lui, il problema è radicato, con squadre piene di stranieri che lasciano poco spazio ai talenti locali: “Ci sono squadre con dieci stranieri e un italiano. Bisogna avere buonsenso e creare giocatori nei vivai. Se non andiamo ai Mondiali, non possiamo parlare di scandalo”. È una osservazione editoriale naturale, che invita a ponderare l’impatto su una nazione dove il calcio è un collante sociale, e dove una carenza di sviluppo locale potrebbe indebolire il tessuto comunitario.
Infine, Bianchi chiude il suo ragionamento con un pensiero nostalgico sul Como, una squadra che oggi rappresenta un mondo globalizzato, così diverso dai suoi tempi: “Mi fa piacere per Como, lì ho vissuto belle soddisfazioni, ma è completamente diverso da allora. Oggi è una multinazionale, la prendiamo per quello che è”. E nel suo giudizio finale, emerge una preferenza chiara: “Se devo vedere gli stranieri, mi guardo la Premier o la Liga. Se trovo una squadra con molti italiani, quella la guardo volentieri”. In fondo, questa analisi ci ricorda come il calcio non sia solo competizione, ma uno specchio della società, capace di suscitare dibattiti che toccano il cuore di chi lo vive ogni giorno.
