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Comunità ambientalista difende Gaiola: ricorso al Consiglio di Stato contro il TAR per l’area marina protetta

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Comunità ambientalista difende Gaiola: ricorso al Consiglio di Stato contro il TAR per l’area marina protetta

Nel cuore di Napoli, una battaglia per il mare: #ProteggiamoGaiola, #AmbienteInPericolo

Immaginate le onde del Golfo di Napoli che lambiscono le rocce della Gaiola, un angolo di paradiso sommerso dove la vita marina pulsa da secoli, incastonato tra la frenesia urbana e il richiamo della natura. Proprio qui, a Napoli, il 12 gennaio 2025, il Tar Campania ha emesso una sentenza che ha acceso polemiche, respingendo il ricorso di associazioni come Marevivo e Greenpeace Italia contro un ambizioso progetto di Invitalia per ammodernare le infrastrutture nella zona di Bagnoli-Coroglio. Eppure, mentre la città vive il suo quotidiano ritmo tra mercati affollati e scorci storici, questa decisione rischia di minacciare un ecosistema prezioso, lasciando molti a chiedersi se la tutela ambientale sia davvero una priorità in un territorio così ricco di contrasti.

Al centro della storia c’è il Parco Sommerso di Gaiola, un’area marina protetta che simboleggia il legame profondo tra i napoletani e il loro mare, un luogo dove coralli e praterie di posidonia offrono rifugio a specie uniche. Le associazioni ambientaliste non si arrendono e hanno deciso di appellarsi al Consiglio di Stato, contestando la sentenza del Tar che, secondo loro, ignora le ripercussioni su habitat protetti dalla Rete Natura 2000. Il progetto prevede di convogliare scarichi fognari in questa zona sensibile, raddoppiando gli sversamenti sulla costa e potenziali impatti sui fondali. È una scelta che, in un contesto urbano come Napoli – con le sue sfide di inquinamento e sovrappopolazione – fa eco alle preoccupazioni di chi vive qui, ricordandoci come ogni decisione possa alterare l’equilibrio di una comunità che dipende dal mare per il suo sostentamento e il suo benessere.

Le associazioni sostengono che il Tar si sia concentrato solo sugli aspetti procedurali, tralasciando il cuore del problema: l’ambiente. Questa sentenza, criticata per il suo approccio limitato, avalla l’idea che gli scarichi non costituiscano “rifiuti” e possano addirittura migliorare la qualità delle acque, una prospettiva che sembra sottovalutare i rischi reali. “È incontestato tra le parti che il progetto di Invitalia sarà, nella migliore delle ipotesi, solo migliorativo e non risolutivo del problema dell’inquinamento delle acque della Gaiola”, come ha sottolineato il legale nel ricorso, evidenziando una violazione del decreto interministeriale che vieta alterazioni all’ambiente marino. In un’epoca in cui il cambiamento climatico rende ogni ecosistema più fragile, è difficile non riflettere su come scelte del genere possano compromettere non solo la biodiversità, ma anche il senso di appartenenza delle comunità locali.

Le voci delle associazioni aggiungono un tocco umano a questa lotta. Rosalba Giugni, presidente di Fondazione Marevivo, dichiara: “Il tratto di mare che separa la Gaiola dall’Isola di Nisida accoglie habitat marini di grande valore, unici nel contesto costiero urbano, come i tre ampi banchi di coralligeno, una delle comunità biologiche più importanti del Mediterraneo, e la Posidonia oceanica, entrambi tutelati dalla Direttiva Habitat e dalla Convenzione di Barcellona. Eppure, non sono stati effettuati studi adeguati sull’impatto che questi nuovi scarichi potrebbero avere sulla biodiversità esistente, né sono state proposte soluzioni alternative valide”. E Valentina Di Miccoli di Greenpeace Italia aggiunge: “Invece di proteggere un’area marina preziosa come quella di Gaiola, si decide di sacrificarla per un progetto mal scritto che non prevede nessuna tutela per il mare protetto di Napoli. Per l’ennesima volta il mare è considerato un habitat di serie B in Italia, dove le aree marine protette sono poche e troppo piccole, non possiamo permettere che si proceda in questa direzione”. Queste parole, pronunciate con passione, rispecchiano il sentimento di tanti che vedono nel mare non solo un paesaggio, ma un’eredità da preservare per le future generazioni.

La mobilitazione è stata ampia, con scienziati, artisti e persino miticoltori uniti contro il piano, culminata in un atto di intervento a sostegno del ricorso. Maurizio Simeone, direttore dell’Area Marina Protetta, sottolinea: “Il ricorso al Consiglio di Stato è un atto dovuto, un atto di amore e responsabilità per il nostro mare e la nostra terra. Quello che è mancato nella progettazione degli interventi del Programma di Risanamento Ambientale e di rigenerazione Urbana (PRARU) e in tutte le fasi successive. Doveva e poteva essere la grande occasione per il riscatto definitivo del Mare di Napoli, così non è stato”. E Alfonso Pecoraro Scanio, presidente di Fondazione Univerde, avverte: “Tutelare un’area marina protetta è un dovere non solo etico ma legale – E l’azione per impedire sversamenti serve anche ad evitare la procedura di infrazione comunitaria a carico dell’Italia. Sarebbe utile che lo Stato, in autotutela amministrativa, cambiasse immediatamente il progetto direzionando tutti gli scarichi verso il depuratore di Cuma”. È una coalizione che dimostra come, in una città come Napoli, la difesa dell’ambiente non sia solo una causa, ma un movimento collettivo che intreccia diritti e tradizioni.

Infine, questa vicenda ci invita a riflettere su quanto la sentenza del Tar appaia in contrasto con l’evoluzione della nostra Costituzione, che da decenni pone al centro la protezione della biodiversità per il bene delle future generazioni. In un territorio come quello campano, dove il mare è parte dell’identità quotidiana, storie come questa ricordano che ogni scelta ambientale è, in fondo, una scelta per le persone che vivono, lavorano e sognano lungo queste coste.

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