Il rombo degli spari rompe il silenzio di Ponticelli: un avvertimento nella faida napoletana? #Napoli #Faida #Comunità
Immaginate le strade di Ponticelli, un quartiere ai margini di Napoli, dove il buio della sera porta con sé un’eco di silenzi accumulati. Per mesi, la routine quotidiana aveva provato a coprire le tensioni sotterranee, con la gente che andava avanti tra mercati affollati e piazze chiassose, sperando in una pace precaria. Ma poi, all’improvviso, un’eco di colpi ha squarciato l’aria, ricordando a tutti che il passato non è mai davvero sepolto.
In una serata come tante, tra le vie dell’estrema periferia, la vita di un giovane di 23 anni, Roberto Nambuletto, è stata segnata da un proiettile che lo ha colpito al polpaccio destro. Non un episodio isolato, ma un segnale che risveglia le vecchie ferite di una comunità stanca. Portato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania, Nambuletto è stato fortunato: il ferimento non ha toccato vasi sanguigni vitali, permettendogli di lasciare l’ospedale poche ore dopo. Ma dietro questo episodio, c’è il peso di una storia più grande, quella di un quartiere che lotta contro il ciclo della violenza.
Quando i carabinieri sono intervenuti, Nambuletto ha offerto la sua versione, quella classica di chi preferisce non vedere: “Ero in viale Califano con un’amica, ho sentito degli spari e poi il bruciore alla gamba”. Una frase che riecheggia l’omertà radicata, un muro invisibile che protegge e isola, lasciando la comunità a interrogarsi sul vero significato di quelle parole. È un riflesso comune in queste storie, dove il silenzio non è solo una scelta, ma un’eredità dolorosa che perpetua il conflitto.
Il legame con i clan: un intreccio di alleanze e vendette
Anche se Nambuletto non ha un passato segnato da accuse di associazione mafiosa, il suo nome è legato a filo doppio con i vertici del clan De Micco, noti come i “Bodo”. Gli investigatori vedono in questo attacco non un errore casuale, ma un messaggio preciso, diretto ai leader di via Santa Maria del Pozzo. Inizialmente, le ipotesi puntavano su altri gruppi, come il cartello De Luca Bossa-Minichini, ma ora l’attenzione si sposta con forza verso i D’Amico, una fazione storica del rione Conocal. Questa rivalità, nata nel 2012, è un conflitto generazionale che si nutre di sangue e rivincite, lasciando cicatrici profonde sulla pelle del quartiere.
Quel proiettile al polpaccio non è solo un atto di violenza; nella logica delle strade di Napoli Est, è un avvertimento calibrato, forse un ultimatum per riconquistare il controllo sulle piazze dello spaccio. Mentre l’inverno si avvicina, la comunità sente il peso di questa escalation, con famiglie che chiudono le finestre un po’ prima e bambini che giocano con meno spensieratezza. È un promemoria che la faida non è solo questione di clan, ma di vite intere sospese in bilico, dove ogni sparo riecheggia le paure collettive.
Riflettendo su tutto questo, ci si chiede come una pausa apparente possa trasformarsi in un nuovo ciclo di tensioni, lasciando Ponticelli a navigare tra speranze di pace e la realtà di un’ombra sempre presente.
