Mamma di Vincenzo chiede verità sulle cure ricevute

La protesta di Lina Pierro e Marco Cuozzo per la morte del loro figlio Vincenzo

Lina Pierro e il marito, Marco Cuozzo, hanno manifestato davanti al “Santobono” di Napoli per chiedere verità sulla morte del loro figlio Vincenzo.

Quando la dottoressa mi ha detto “il bambino ha avuto un arresto cardiaco, non ce l’ha fatta” credevo che si stesse sbagliando. Non era possibile. Mio figlio in ospedale era arrivato il giorno prima sulle sue gambe“. Parla con la voce rotta Lina Pierro, giovane mamma napoletana, mentre insieme al marito, Marco Cuozzo, protesta davanti all’ospedale “Santobono” di Napoli nell’anniversario della morte del piccolo. Dietro di lei, lo striscione con la foto di Vincenzo Cuozzo, morto a quattro anni e mezzo per un linfoma non Hodgkin di tipo T. Storia che comincia con una diagnosi di adenoidi, poi quella terribile, la morte, e il processo ancora in corso: in primo grado i medici sono stati assolti, per due di loro (un otorino e una pediatra di libera scelta) la Procura ha chiesto l’appello.

La storia di Vincenzo Cuozzo e la lotta per la verità

Nell’agosto 2019 Vincenzo Cuozzo viene visitato da un otorino per quelli che sembrano problemi respiratori: russa. Viene visitato da un otorino che gli diagnostica le adenoidi e viene quindi iniziata la cura. La situazione, però, non migliora: dopo due giorni il bimbo sta male. Viene portato al Santobono, dove i medici riscontrano una bronchite asmatica. Nonostante la nuova terapia il piccolo sta sempre peggio, ha decimi di febbre ed è sempre più stanco, ogni due o tre settimane il Pronto Soccorso diventa una tappa fissa. Ricorda Lina:

Non hanno mai fatto le analisi del sangue, non lo hanno mai ricoverato. Per otto mesi siamo andati avanti a indietro. Il primo aprile 2020 gli abbiamo fatto fare le analisi del sangue e una radiografia, in poche ore i due centri ci hanno chiamato e hanno detto di andare subito al Pronto Soccorso perché Vincenzo aveva un polmone collassato. Abbiamo fatto una nuova radiografia e vedevo che, dietro al vetro, il numero dei dottori aumentava. Lì ho capito che c’era qualcosa che non andava. Lo hanno portato in Rianimazione, è uscita la dottoressa e mi ha detto: “Signora, sedetevi. C’è una massa. Vostro figlio ha l’1% di possibilità di uscire dall’ospedale”. Entrai nella stanza per salutarlo prima che lo preparassero e lui mi disse: “Mamma, torniamo a casa”. Gli risposi: “Vince’, mamma farà qualsiasi cosa, ma tu a casa ci torni”.

Dopo poco, la diagnosi: linfoma non Hodgkin di tipo T. Il giorno successivo, il 2 aprile, il bimbo è morto. I genitori hanno sporto denuncia, chiamando in causa i medici che nei mesi hanno avuto in cura il figlio. Nella consulenza di parte si legge che a causare il decesso è stata anche la scoperta tardiva del linfoma, circostanza che ha impedito che il bimbo ricevesse le cure necessarie. Questione spinosa e di difficile risoluzione: nella relazione del consulente tecnico d’ufficio incaricato dal giudice, spiega a Fanpage l’avvocato Francesco Pugliatti, sino a 9 giorni prima del decesso non ci sono stati segni o sintomi riportati né dalla famiglia né dai sanitari tali da far sospettare ragionevolmente la presenza del linfoma ed anticipare quindi iter diagnostico e terapia. In primo grado i medici sono stati tutti assolti. Ora si attende l’appello: l’udienza è stata fissata per il 28 maggio 2025.

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