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Raffaele Furno porta la sua compagnia al Pagani Teatro Festival, unendo arte e comunità localmente

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Raffaele Furno porta la sua compagnia al Pagani Teatro Festival, unendo arte e comunità localmente

Una serata magica al Pagani Teatro Festival: quando l’arte unisce mondi invisibili e comunità #Teatro #CulturaCampana #Napoli

Immaginate una tiepida sera d’inverno nell’Auditorium Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a Pagani, dove l’aria è carica di anticipazione e le luci soffuse accendono i volti di un pubblico appassionato, stretto l’uno all’altro in una sala che brulica di vita. È qui, nel cuore di una comunità campana radicata nelle sue tradizioni, che il Pagani Teatro Festival – arrivato alla sesta edizione – ha trasformato un semplice evento in un momento di condivisione autentica, rafforzando il ruolo del teatro come ponte tra generazioni e culture locali.

Al centro di questa atmosfera vibrante c’è la Compagnia Imprevisti e Probabilità, guidata dal talentuoso Raffaele Furno, che ha riportato sul palco lo spettacolo “Neapopuli. Errando nell’invisibile”. Reduce dal trionfo dell’anno scorso, dove aveva conquistato il festival, la compagnia ha invitato il pubblico a un viaggio emozionante, intrecciando il mondo fiabesco di Giambattista Basile con le visioni poetiche di Italo Calvino. È stato come aprire una porta su dimensioni nascoste, dove l’ironia e la riflessione profonda creano un dialogo che risuona nei vicoli affollati di Napoli e nei cuori di chi ascolta, ricordandoci quanto il teatro possa essere un rifugio per l’anima in un mondo frenetico.

Questa produzione, nata dall’estro creativo di Furno – un’artista formatasi tra Napoli e Chicago, con un bagaglio di esperienze che include spettacoli acclamati in tutto il mondo – non è solo intrattenimento. È un omaggio alle radici campane, unendo l’eredità teatrale partenopea a prospettive contemporanee per rendere l’arte accessibile a tutti, dai giovani curiosi alle famiglie in cerca di ispirazione. Sul palco, accanto a Furno, si sono mossi con grazia i membri della compagnia: Soledad Agresti, premiata per il suo talento, insieme a Janos Agresti, Isabella Sandrini, Annamaria Aceto, Eva Albini, Anna Andreozzi, Maria Teresa Crisci, Valentina Fantasia e Giuseppe Pensiero. Formata a Formia nel 1998, questa squadra ha dato vita a un racconto che non resta confinato alle assi del palcoscenico, ma si estende alla comunità, stimolando riflessioni sul nostro patrimonio culturale condiviso.

Durante la serata, Furno ha condiviso le origini di questo progetto, rievocando i suoi anni negli Stati Uniti con una nostalgia palpabile. “L’ispirazione per questo dialogo tra Basile e Calvino è nata quasi per caso. In quegli anni vivevo negli Stati Uniti, dove insegnavo storia del teatro italiano e spesso utilizzavo La Gatta Cenerentola come esempio di teatro popolare. Allo stesso tempo stavo preparando un corso di letteratura italiana e desideravo introdurre Calvino come riferimento. Rileggendo Le città invisibili, alcune descrizioni mi evocavano l’immagine di Napoli. Da italiano all’estero provavo una forte nostalgia, e la mia napoletanità riaffiorava con intensità. Da questo cortocircuito mentale ho iniziato a vedere in Calvino degli echi di Napoli e a immaginare la struttura del dialogo tra le due opere.” Queste parole, pronunciate con un calore umano, sottolineano come l’arte nasca spesso da esperienze personali, invitandoci a riflettere su quanto le nostre radici influiscano sulle storie che raccontiamo.

Lo spettacolo ha poi esplorato le stratificazioni di Napoli, con le sue luci e ombre eterne. “Napoli, come tutte le città molto antiche e segnate da dominazioni di ogni tipo, ha costruito la propria identità attraverso innumerevoli stratificazioni. È una città estremamente complessa, impossibile da comprendere e abbracciare tutta insieme. Quando si leggono Le città invisibili, il narratore – Marco Polo – racconta di aver incontrato lungo il suo cammino una moltitudine di città fantastiche. Solo alla fine del libro rivela che, in realtà, ha sempre parlato di un’unica città, declinandola in forme diverse. Questo gioco l’ho trasferito nella Napoli di Basile: ho cercato ogni volta il punto di contatto tra un aspetto della città invisibile di Calvino e l’aspetto della Napoli che desideravo raccontare in quel momento. Ho cercato sempre, dunque, l’elemento della città invisibile che potesse rispecchiare un elemento della Napoli di Basile.” E ancora, “Sicuramente Napoli si è evoluta è diventata altro ma allo stesso tempo oggi ci sono tanti aspetti di una Napoli che è storia, che è tradizione, che è anche fatiscenza, in realtà uno degli elementi importanti dello spettacolo e quindi anche di questo continuo rimbalzarsi fra Calvino e Napoli è l’idea proprio che la città di Napoli sia al tempo stesso splendore e miseria totale, sia ricchezza, sfarzo anche ricchezza in senso culturale, di densità culturale ma allo stesso tempo sia fame atavica, mancanza di lavoro, mancanza di prospettive, mancanza di futuro e quindi i suoi cittadini devono arrangiarsi. Napoli è sicuramente una città che si è liberata da alcuni stereotipi, oggi è diventata una meta turistica voluta da molti, ma allo stesso tempo le sacche di povertà, le sacche di ignoranza, le sacche di mancanza, di prospettive esistono ancora in una città come quella, quindi questo credo che sia proprio l’elemento che crea questa continuità tra passato e presente, cioè questa ulteriore stratificazione di massima bellezza, perché Napoli davvero può essere una città che lascia senza fiato e di massima povertà.” Attraverso questi passaggi, il pubblico ha vissuto un’emozione autentica, sentendo riecheggiare le contraddizioni della propria terra, e forse riconoscendo in esse un invito a valorizzare ciò che ci unisce.

Momenti di puro incanto hanno punteggiato la rappresentazione, come quando le attrici si sono immerse tra il pubblico, distribuendo taralli in un gesto folkloristico che ha ravvivato l’aria di familiarità napoletana. È stata una scelta non solo scenica, ma un richiamo alla cultura popolare condivisa, dove il teatro diventa dialogo vivo e improvvisato, capace di coinvolgere spettatori lontani da Napoli con lo stesso calore. Questa interazione, un piccolo tocco di “popolanità”, ci fa pensare a quanto il teatro possa rafforzare il tessuto sociale, trasformando una serata in un’esperienza collettiva.

In chiusura, Furno ha rivelato il cuore emotivo del suo lavoro: “Spero che questo spettacolo evochi nostalgia e il senso della bellezza: la bellezza di una cultura che va accettata per com’è, senza rinunciare a cambiare ciò che non funziona, ma riconoscendo che siamo figli di una molteplicità di influenze – della Grecia, della Francia, della Spagna – e che questa complessità non è mai facilmente gestibile. E desidero suscitare tanto amore per il teatro, perché il piacere della narrazione è ciò che spinge noi artisti a raccontare storie. Siamo il frutto di una narrazione millenaria, stratificata e complessa, e in questa complessità risiede il piacere di continuare a raccontare. Basile e Calvino hanno potuto incontrarsi perché la letteratura si parla: al fondo, racconta sentimenti atavici come l’amore, la paura, la morte, la religiosità, la spiritualità, la ricerca di un senso. Ed è proprio questa ricerca – nel viaggio fantastico di Calvino e nel fantastico della fiaba di Basile – a mettere in contatto i due mondi.” Questo spettacolo, con la sua capacità di mescolare novità e tradizione, lascia un’eco duratura, invitandoci a considerare come l’arte non solo intrattenga, ma contribuisca a plasmare l’identità di luoghi come Pagani, dove ogni rappresentazione rafforza i legami comunitari.

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