Il caso Maleventum si chiude a Napoli tra assoluzioni e ombre: una storia di indagini, corruzione e accoglienza nel Sannio. #GiustiziaNapoli #MigrantiItalia
Immaginate le austere aule di un tribunale napoletano, dove storie di vita quotidiana si intrecciano con accuse di illeciti, rispecchiando le tensioni di una comunità alle prese con l’accoglienza dei migranti. È qui che si è concluso il processo “Maleventum”, nato dalle indagini della Digos su presunte irregolarità nella gestione di centri per migranti nel Sannio, una regione rurale che lotta per bilanciare solidarietà e sospetti.
Al centro della vicenda, l’imprenditore Paolo Di Donato, un uomo di 56 anni da Sant’Agata de’ Goti, ha vissuto l’attesa di un verdetto che ha diviso ombre e luci. Difeso con passione dagli avvocati Vittorio Fucci e Pietro Farina, è stato prosciolto da sette accuse pesanti: associazione a delinquere, tre casi di corruzione, due di rivelazione di segreti d’ufficio e truffa allo Stato. Eppure, non è stata una vittoria totale; i giudici lo hanno condannato per i due capi residui, in contrasto con la richiesta della Procura di 5 anni e 6 mesi di reclusione. Questo esito misto lascia intravedere il complesso equilibrio tra prove e dubbi, un promemoria di come la giustizia navighi in acque torbide quando si toccano temi sensibili come l’accoglienza.
Accanto a lui, il carabiniere Salvatore Ruta, 65 anni da Airola e in servizio presso la Compagnia dei Carabinieri di Montesarchio, ha condiviso un’analoga sorte di sollievo. Imputato per corruzione e bracconaggio, è stato assolto in quanto l’accusa di aver ricevuto benefici in cambio di segreti d’ufficio non ha retto in tribunale, nonostante la Procura avesse sollecitato 4 anni di pena. È un momento che fa riflettere sull’umana fragilità di chi indossa una divisa, esponendo quanto le indagini possano influenzare vite intere in un contesto urbano e sociale segnato da sfiducie reciproche.
Con la sentenza, i beni immobili e i 20 mila euro in contanti sequestrati sono stati restituiti, chiudendo un capitolo che ha coinvolto 14 imputati – uno dei quali è deceduto durante il processo – mentre per altri 22 è scattata la prescrizione. Questo esito ridimensiona l’impianto accusatorio iniziale, evidenziando le complessità di un’inchiesta che ha scosso il territorio sannita, dove i centri per migranti rappresentano non solo un servizio essenziale, ma anche un terreno fertile per polemiche sociali.
In ultima analisi, la chiusura del processo “Maleventum” invita a una riflessione pacata: in un’Italia che affronta le sfide dell’immigrazione, casi come questo ricordano quanto sia cruciale un equilibrio tra vigilanza e umanità, per proteggere comunità intere senza perdere di vista le storie individuali.