Quando la Tangenziale di Napoli arriva a Montecitorio, riecheggiano le frustrazioni di una provincia intera #TangenzialeNapoli #Salvini
Immaginate una mattina frenetica a Montecitorio, dove le aule parlamentarie riecheggiano di voci che portano con sé il caos quotidiano di Napoli e della sua vasta provincia. Qui, durante il Question Time, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, si è trovato al centro di un dibattito acceso sul pedaggio della Tangenziale di Napoli, una delle strade più congestionate d’Europa. Ha descritto le opzioni del governo come strette, legate a vincoli del passato che rendono difficile qualsiasi cambiamento immediato, amplificando il senso di impotenza che tanti pendolari vivono ogni giorno.
In questo contesto urbano, segnato da un traffico incessante e da una vita quotidiana ritmata da spostamenti estenuanti, emerge l’eredità di un accordo datato. Stipulata nel 2009 e approvata l’anno successivo, questa convenzione “blindata” tiene in pugno il futuro della Tangenziale fino al 2037. «Qualunque proposta destinata a incidere sul modello di pedaggio cambierebbe la convenzione in corso», ha spiegato Salvini, sottolineando come un tratto di appena 20 chilometri sia avvolto da regole che complicano ogni tentativo di riforma, rischiando contenziosi con il concessionario. È una di quelle situazioni che fanno riflettere su quanto il passato possa ancorare il presente, lasciando la comunità a navigare tra i limiti di un sistema ereditato.
Nella provincia napoletana, però, l’atmosfera è tutt’altro che paziente. Da quel 1° gennaio, l’ennesimo aumento del pedaggio ha colpito come un’onda gelida, aggravando le vite di migliaia di lavoratori, studenti e famiglie che dipendono da questa arteria per i loro spostamenti. Le strade si sono trasformate in palcoscenici di protesta, con comitati civici e associazioni che hanno organizzato manifestazioni continue. Si parla di un “balzello insostenibile”, che non solo svuota le tasche, ma peggiora i disagi quotidiani: cantieri eterni e ingorghi costringono molti a deviare su vie secondarie, paralizzando quartieri e comuni vicini. È un ritratto vivo di una comunità che lotta, dove il traffico non è solo un fastidio, ma un simbolo di ingiustizie sociali che toccano il cuore della routine familiare.
Salvini, dal canto suo, ha delineato una possibile via d’uscita nelle negoziazioni con il concessionario, Autostrade per l’Italia. L’idea non è eliminare il pedaggio – un passo che richiederebbe costi enormi – ma mirare ai profitti della società. «L’obiettivo chiaro è ridurre al massimo il tasso di remunerazione dei concessionari», ha affermato, con l’intento di limitare gli aumenti futuri e alleviare la pressione su chi vive a Napoli. Questa strategia, pur pragmatica, solleva riflessioni su quanto possa bastare per calmare una protesta radicata, dove le voci della strada chiedono non solo sollievo, ma una vera equità in un sistema che spesso sembra privilegiare i bilanci aziendali sulle necessità delle persone.
In fondo, storie come questa ricordano come le infrastrutture non siano solo mattoni e asfalto, ma fili che connettono le vite di una comunità, invitandoci a pensare a un futuro dove il progresso non pesi così tanto sulle spalle di chi lo vive ogni giorno.