Giustizia in accelerata contro il clan D’Alessandro: un blitz che scuote Castellammare di Stabia #Antimafia #ClanDAlessandro
Immaginate le strade acciottolate di Castellammare di Stabia, un angolo vivace della Campania dove il mare incontra l’ombra lunga della storia, ma anche di ombre più oscure che da anni influenzano la vita quotidiana. Qui, un blitz scattato l’11 novembre ha squarciato il velo su quelle che le autorità descrivono come le attività oppressive del clan D’Alessandro, portando ora a un giudizio immediato che salta i passaggi burocratici per affrontare direttamente il cuore del problema.
Il provvedimento, firmato dal giudice per le indagini preliminari che ha valutato la solidità delle prove, accelera verso un processo fissato per l’8 aprile 2026 al Tribunale di Torre Annunziata. È un passo che sottolinea quanta urgenza ci sia in casi del genere: reputando “evidente” la prova e non necessari ulteriori approfondimenti investigativi “allo stato”, come recitano gli atti, si evita di prolungare l’attesa, offrendo forse un po’ di respiro a una comunità stanca di intimidazioni silenziose.
In questa storia, che si dipana tra i vicoli e i cantieri della città, emergono le accuse principali: un’associazione di tipo mafioso, aggravata dall’essere armata, con Pasquale D’Alessandro, Vincenzo D’Alessandro e Paolo Carolei indicati come i principali promotori e organizzatori. È un ritratto di potere sotterraneo, dove il controllo si estende su settori vitali come i cantieri edili e le forniture locali, lasciando un’impronta di paura sui cittadini e gli imprenditori che cercano di andare avanti nonostante tutto.
Leggendo tra le righe degli atti, si delinea un contesto urbano segnato da incontri segreti in bar affollati o angoli discreti, dove conversazioni sussurrate e telefoni lontani servivano a evitare occhi indiscreti. Riflettendo su questo, non si può non notare come questi meccanismi – dalla gestione del denaro alle riscossioni di estorsioni – riflettano un’organizzazione ben oliata, un meccanismo che erode la fiducia nella comunità e ricorda quanto sia fragile il tessuto sociale in aree come queste.
Le contestazioni al clan: un controllo soffocante sul territorio
Le carte processuali ricostruiscono un quadro dettagliato, con episodi che vanno dal 2023 al 2024: estorsioni mirate, pressioni su appalti e attività economiche, persino un episodio legato allo spaccio di droga e violazioni di misure di sorveglianza. Questi reati, agiti con “metodo mafioso” per rafforzare il clan, non sono solo numeri su un foglio; rappresentano l’impatto reale su una città che lotta per il suo futuro, dove ogni intimidazione sottrae un pezzo di normalità alla vita quotidiana.
Le prove raccolte – dalle intercettazioni ambientali ai verbali di testimoni e collaboratori di giustizia – dipingono un quadro vivido, quasi come una trama di un romanzo che però è fin troppo reale. È qui che si vede l’impegno degli inquirenti, un piccolo barlume di speranza in una battaglia che coinvolge tutti, ricordandoci che la lotta alla mafia non è solo legale, ma un atto di difesa per le persone che abitano questi luoghi.
Chi sono gli imputati in questa vicenda
Al centro di tutto ci sono undici figure principali, nomi che ora echeggiano nelle aule di giustizia: Pasquale D’Alessandro, nato a Vico Equense il 27 agosto 1970; Vincenzo D’Alessandro, nato a Vico Equense il 15 febbraio 1976; Paolo Carolei, nato a Castellammare di Stabia il 13 dicembre 1971; Michele Abbruzzese, nato a Castellammare di Stabia il 12 luglio 1958; Giovanni D’Alessandro, nato a Vico Equense il 16 settembre 1972; Antonio Salvato, nato a Castellammare di Stabia il 19 febbraio 1979; Biagio Maiello, nato a Piano di Sorrento il 22 giugno 2001; Massimo Mirano, nato a Castellammare di Stabia il 10 novembre 1969; Petronilla Schettino, nata a Vico Equense il 5 luglio 1962; Giuseppe Oscurato, nato a Castellammare di Stabia il 18 marzo 1992; e Catello Iaccarino, nato a Vico Equense il 29 luglio 1995. Dietro di loro, un team di avvocati difensori pronto a battersi per la loro causa, in una dialettica che è parte essenziale del sistema giudiziario.
Man mano che questo processo si avvicina, non possiamo fare a meno di riflettere su come storie come questa tocchino il cuore di una comunità, spingendo tutti a chiedersi cosa significhi davvero vivere in un territorio segnato da tali ombre, e quanto la giustizia possa contribuire a riportare la luce.