Allarme a Pomigliano d’Arco: l’ansia per lo stabilimento Stellantis cresce tra calo produttivo e incertezze lavorative. #Stellantis #Pomigliano #Lavoro
Immaginate le strade affollate di Pomigliano d’Arco, un piccolo centro nel cuore della Campania, dove le famiglie vivono in stretta connessione con il ritmo dello stabilimento Stellantis. Qui, l’aria è carica di preoccupazione mentre i lavoratori vedono il loro futuro appeso a un filo, segnato da un anno difficile che ha visto la produzione calare drasticamente nel 2025, toccando le 131.180 vetture, un preoccupante -21,9% rispetto al 2024.
Questa flessione non è solo un numero su un foglio: rappresenta l’incertezza che aleggia sulle vite di migliaia di persone, con impatti diretti sulle prospettive occupazionali che pesano come un’ombra sulle comunità locali. Prendete l’Alfa Romeo Tonale, un simbolo di innovazione che ha perso terreno in modo significativo: la sua produzione è scivolata del 32%, fermandosi a 17.200 unità, nonostante un lieve segno di ripresa nell’ultimo trimestre grazie al lancio di una nuova versione.
La situazione diventa ancora più tesa per la Dodge Hornet, praticamente ferma da mesi, con appena 1.360 vetture assemblate nell’intero 2025, una stasi che rispecchia le difficoltà del mercato e lascia i lavoratori a interrogarsi sul domani. Eppure, in mezzo a tutto questo, la Fiat Panda resiste come un’ancora di salvezza, restando il modello più prodotto nello stabilimento e in Italia, con 112.690 unità realizzate – il 53% dei volumi nazionali – ma segnando comunque un calo del 14% rispetto all’anno precedente, una flessione che nessuno può ignorare.
Questi cali si traducono in realtà quotidiane per chi lavora qui: nel 2025, le linee di produzione hanno subito 91 giornate di fermo per Tonale-Hornet e 57 per Panda, periodi in cui fino a 3.750 persone si sono trovate improvvisamente senza attività, accentuando il senso di precarietà. E non è solo una questione di pause temporanee; il contratto di solidarietà, attivo da luglio, coinvolge mediamente il 39% dell’organico, trasformando quella che era un’emergenza in una condizione strutturale che alimenta il clima di allarme in uno dei pilastri industriali del Sud.
Riflettendo su tutto questo, è chiaro come lo stabilimento non sia solo un luogo di lavoro, ma il battito del territorio, dove ogni calo produttivo echeggia nelle case e nelle strade di Pomigliano, ricordandoci quanto le sfide industriali siano legate al tessuto sociale. Mentre i lavoratori e la comunità attendono mosse decisive, il futuro resta una domanda aperta, un invito a trovare equilibri più stabili per una regione che ha tanto da offrire.