Dal carcere ai domiciliari: il boss Pekib in comunità, malgrado pena fino al 2052

Dal carcere ai domiciliari: il boss Pekib in comunità, malgrado pena fino al 2052

Da Sulmona ai domiciliari: il narcos che sognava di “imbiancare” Napoli fugge dalle sbarre con un colpo di grazia giudiziario? #CronacaNapoli #Giustizia

Immaginate una cella in un penitenziario di massima sicurezza, dove l’aria è densa di rimpianti e il tempo scorre lento come una condanna eterna. A Sulmona, Vincenzo Criscuolo, un uomo di 44 anni noto come “Pekib”, doveva restare rinchiuso fino al 2052, schiacciato dal peso di condanne definitive accumulate nel suo cammino criminale. Eppure, in un twist inatteso che fa riflettere sul cuore del nostro sistema giudiziario, quelle sbarre si sono aperte prima del previsto, offrendo a questo ex gregario della mala napoletana una seconda chance inaspettata.

La storia di Criscuolo non è solo cronaca, ma un’eco delle strade di Napoli, dove il rione Sanità pulsa di vita e ombre. Catturato di nuovo nel novembre 2024 dopo una fuga dai domiciliari, il suo avvocato ha presentato un’istanza che ha convinto il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila. Con un’occhiata alle cartelle cliniche documentate, i giudici hanno visto non solo un boss, ma un uomo alle prese con una lunga battaglia contro la tossicodipendenza. Così, “Voglio pittare Napoli di bianco” – la frase intercettata che un tempo simboleggiava la sua ambizione criminale – ora riecheggia in un contesto diverso, mentre Criscuolo lascia il carcere per una comunità di recupero a Taranto, lontano dalle piazze di spaccio che lo avevano reso un nome temuto.

Da gregario a pilastro della mala

Nelle pieghe del quartiere, Criscuolo non era partito come un capo: legato inizialmente al clan Mauro dei Miracoli, era salito i gradini della criminalità con astuzia, trasformandosi in un broker internazionale autonomo. Le sue operazioni, svelate da indagini che sembrano uscite da un thriller, collegavano le strade napoletane ai cartelli sudamericani, con prezzi concorrenziali come 2.000 euro al chilo in Perù. Immaginate container di caffè brasiliano che nascondono 25 chili di polvere bianca, o reggiseni e indumenti intimi intrisi di cocaina liquida, trasportati fino a un laboratorio clandestino a Marano. Lì, attraverso processi chimici complessi, la droga veniva estratta e preparata per inondare mercati caldi come Rione Traiano, Secondigliano e i Quartieri Spagnoli.

Al vertice di una rete con una ventina di associati, Criscuolo gestiva non solo il dettaglio locale, ma un vero e proprio impero della droga. Questa scarcerazione, però, solleva una riflessione naturale: mentre la comunità napoletana lotta contro l’impatto di tali reti sul tessuto sociale, ci si chiede se un percorso di recupero possa davvero spezzare cicli così radicati, o se si tratti solo di una pausa in una storia più lunga.

In fondo, storie come quella di “Pekib” ricordano quanto le scelte individuali intreccino il destino di un’intera città, lasciando spazio a speranze di redenzione in un contesto urbano segnato da sfide quotidiane.

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