Nel cuore del Senato, il ministro Abodi difende la norma sul minutaggio dei giovani talenti in Serie A, ma apre a revisioni dopo il caso Marianucci. #CalcioItaliano #SportPolitica
Immaginate l’aula del Senato come un palcoscenico dove le discussioni sul calcio italiano si mescolano con le grandi questioni nazionali: qui, tra banchi storici e luci al neon, il ministro dello Sport Andrea Abodi ha preso la parola con passione misurata, difendendo una norma che mira a promuovere i giovani calciatori, ma lasciando spazio a un possibile cambiamento dopo le polemiche intorno a un caso specifico.
Abodi, con un tono riflessivo e professionale, ha condiviso il suo impegno personale per questa misura: “Personalmente mi sono molto speso per far sì che si attuasse la normativa che agisce da incentivo in tal senso”. In un mondo dove il calcio è più di un gioco – è un tessuto sociale che unisce comunità, alimenta sogni e sostiene l’economia locale – lui ha sottolineato come questi incentivi possano davvero fare la differenza, aiutando i giovani a crescere tecnicamente e a emergere nei campionati professionistici, mentre rafforzano la competitività del calcio italiano premiando chi investe nella formazione. È una di quelle norme che, se funzionano bene, potrebbero ispirare più club a coltivare talenti del territorio, rendendo il gioco ancora più radicato nelle strade e nei quartieri.
Al centro di tutto questo c’è la storia di Marianucci, ora al Napoli dopo l’Empoli, un giocatore che rappresenta tanti giovani che lottano per affermarsi. La Lega Serie A ha negato il bonus legato al suo minutaggio, e Abodi non ci è passato sopra: “Sarà mia cura richiedere formalmente alla Lega Serie A di fornirmi evidenza degli eventuali precedenti comparativi e di chiarire nel dettaglio le ragioni del diniego”. Questa situazione ha acceso un dibattito che va oltre i campi da gioco, toccando questioni di equità e opportunità per le nuove generazioni, in un contesto urbano dove il calcio spesso è l’unica via per un futuro migliore.
Ignorando le complessità burocratiche, Abodi ha evidenziato un aspetto cruciale: “Nel caso di specie il calciatore ha effettivamente maturato tre anni continuativi di tesseramento e si presuppone che abbia diritto all’incentivo, così come non è stato riconosciuto dalla Lega”. Da qui, ha aperto la porta a un intervento correttivo, promettendo valutazioni con i portatori di interesse: “Mi impegno a fare ulteriori valutazioni con i portatori di interesse su un’eventuale rimodulazione”, con l’obiettivo di “ridurre l’interpretabilità del decreto attuativo, nel pieno rispetto della norma primaria”. È un promemoria delicato su come le regole, se non chiare, possano creare divisioni in una comunità appassionata come quella calcistica, dove ogni decisione influisce sulle famiglie, sui tifosi e sul tessuto sociale del paese.
In fondo, storie come questa ci ricordano che il calcio non è solo competizione, ma un riflesso della società italiana, e assicurare che le norme siano giuste può rafforzare quel legame, offrendo ai giovani un cammino più solido verso i loro sogni.
