Un giovane si costituisce per la sparatoria che ha infiammato le notti di Napoli: la tensione tra bande giovanili non si placa #Napoli #SparatoriainChiaia
Immaginate una notte vivace nel cuore di Napoli, dove le luci della movida illuminano le strade affollate di Chiaia, ma dietro l’allegria si nasconde un’ombra di violenza che colpisce al cuore la comunità. È qui che Jhonny Percich, un diciannovenne conosciuto per l’anagrafe come Vincenzo Giovanni Percich Lucci, ha deciso di arrendersi al carcere di Secondigliano, ponendo fine a una fuga breve ma carica di tensione. Questa mossa arriva dopo la sparatoria scoppiata tra l’11 e il 12 dicembre, in pieno fermento cittadino, un episodio che ha coinvolto giovani del posto e risvegliato paure profonde su come le rivalità di quartiere stiano erodendo il tessuto sociale di una città già provata.
Le indagini, orchestrate con precisione dalla Procura di Napoli e dalla Procura per i minorenni, hanno portato a un decreto di fermo per Percich e altri sei complici: quattro minorenni e due maggiorenni, tra cui i suoi amici Carlo Forte e il rivale Mario Pugillo, già dietro le sbarre da giorni. Gli inquirenti dipingono una scena drammatica, dove gruppi di ragazzi provenienti dai vivaci Quartieri Spagnoli hanno affrontato coetanei legati al Pallonetto di Santa Lucia in piazza Carolina, scambiandosi colpi d’arma in una danza pericolosa di vendette e intimidazioni. Quegli spari, mirati ad altezza d’uomo con l’intento chiaro di ferire gravemente, non erano solo un atto isolato, ma l’eco di un conflitto più ampio tra bande giovanili che rivendicano territori nel centro storico, un fenomeno che lascia la comunità con un senso di vulnerabilità crescente, come se la città dovesse costantemente difendersi dai suoi stessi figli.
La Squadra Mobile, supportata dai commissariati locali, ha ricostruito l’intera sequenza grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza, rivelando una catena di eventi che parte da una prima raffica aggressiva, seguita da una reazione armata durante la fuga. Questi giovani, accusati in concorso di tentato omicidio, detenzione illegale di armi e aggravanti mafiose, hanno trasformato una serata qualunque in un ricordo di paura per residenti e visitatori, ricordandoci come la vicinanza tra quartieri storici possa diventare un campo di battaglia. È un contesto urbano che, con i suoi vicoli affollati e le tradizioni vivide, merita riflessione: perché quando le tensioni giovanili sfociano in violenza, è l’intera Napoli a pagarne il prezzo, erodendo quel senso di comunità che la rende unica.
La dinamica del conflitto: una notte di colpi e reazioni
Nella ricostruzione investigativa, i fatti si dipanano come un racconto di vendette incrociate: un gruppo dai Quartieri Spagnoli irrompe in piazza Carolina, ancora brulicante di gente, sparando con precisione letale, mentre il gruppo rivale risponde con una salva intimidatoria durante la ritirata. Le telecamere catturano tutto, fornendo prove che gli inquirenti definiscono schiaccianti, ma che allo stesso tempo sottolineano un allarme sociale in crescita, con episodi simili che stanno alzando il livello di tensione nel centro cittadino. È impossibile non pensare a come queste dinamiche, radicate in quartieri limitrofi ma così diversi, riflettano le sfide di una gioventù intrappolata tra opportunità negate e legami pericolosi, un tema che invita a una maggiore attenzione preventiva per evitare che la storia si ripeta.
Sul fronte legale, non mancano le voci contrarie. L’avvocato Giuseppe De Gregorio, difensore di uno dei minorenni coinvolti, ha annunciato un ricorso al Tribunale del Riesame, contestando la solidità delle prove. In particolare, “Non c’è certezza nelle immagini”, ha dichiarato, suggerendo che i frame delle telecamere offrano solo una verosimiglianza e non una prova inconfutabile. Intanto, il giudice ha convalidato i fermi per due maggiorenni e tre minorenni, destinando i primi al carcere e i secondi a istituti penali appositi, mentre le indagini proseguono per delineare con chiarezza i ruoli individuali e gli spari successivi, inclusi quelli verso altre zone e contro un’abitazione. È un processo che, passo dopo passo, cerca di riportare ordine in una vicenda che non è solo legale, ma un specchio delle fragilità umane in un territorio vibrante ma segnato.
In chiusura, episodi come questo ci spingono a riflettere su quanto le storie di questi giovani vadano oltre le aule di tribunale, toccando il cuore di Napoli e invitando tutti noi a considerare come la prevenzione e il dialogo possano fare la differenza in comunità dove ogni sparo riecheggia ben oltre la notte.
