Editoriale
Palermo, alleanza scossa: le mafie italiane e il terrorismo nel mirino dell’Onu
Palermo è tornata a tremare. “Le mafie italiane si alleano con cellule terroristiche”, ha avvertito Giovanni Gallo, capo dell’ufficio Onu contro il crimine organizzato, durante la cerimonia per l’anniversario della strage di Capaci. Una rivelazione che risuona forte nel cuore della città, ancora scossa da immagini di un passato oscuro.
In un’atmosfera tesa, Gallo ha illustrato l’evoluzione delle organizzazioni mafiose italiane, da sempre legate a rituali tradizionali. “Le cinque mafie italiane – mafia, ndrangheta, camorra, mafia garganica e quella del Salento – non sono mutate nella loro struttura. Continuano a operare secondo regole rigidissime e legami ferrei, anche se in modo meno eclatante”, ha spiegato, aggiungendo un dettaglio inquietante: “Hanno trovato nei legami internazionali una nuova opportunità”.
L’ultimo rapporto globale parla di 95mila omicidi volontari all’anno, un numero agghiacciante pari a quello delle vittime delle guerre nel mondo. E mentre Napoli si confronta con la sua criminalità, le mafie italiane tendono reti in tutto il globo, stringendo alleanze con enti pericolosi e resilienti.
“Questa è realtà è drammatica”, ha continuato Gallo, riferendosi alla ‘ndrangheta in Sud America e ai legami con Hezbollah. “Nella Tripla Frontera, tra Argentina, Brasile e Paraguay, abbiamo cosche di ‘ndrangheta a braccetto con i cartelli colombiani. Questi gruppi, in cambio di facilitazioni sul riciclaggio, finanziano azioni terroristiche”.
Ma il panorama è ancora più vasto. In Nigeria e nel Sahel, la mafia italiana si intreccia con Boko Haram, mentre in Sud-est asiatico la spinta verso il traffico è inarrestabile. “Stiamo assistendo a un’espansione incredibile”, chiosa Gallo, rivelando l’urgenza di affrontare la filiera del narcotraffico: da una multinazionale di sfruttamento a corsi di formazione per corrieri, ogni passaggio è studiato nei minimi dettagli.
“Non possiamo continuare a convivere con un tale fenomeno. Le risposte si devono concentrare sulle cause, non solo sulla repressione”, ammonisce Gallo. E mentre le domande restano sospese nell’aria, i cittadini si interrogano: sarà possibile spezzare questo circuito infernale? O Napoli e le sue periferie continueranno a essere prigionieri di un destino segnato?
