Napoli sotto choc: chi è il misterioso ‘polacco’ al centro del giallo tra Licciardi e Mazzarella?

Napoli sotto choc: chi è il misterioso ‘polacco’ al centro del giallo tra Licciardi e Mazzarella?

In un’era in cui il crimine si trasforma in affare high-tech, Napoli si scopre epicentro di una nuova mafia digitale. “Basta una poltrona, un computer e una connessione a internet”, ci raccontano gli investigatori. E così, nel silenzio di un click, si consuma la frode, lontana dagli sguardi indiscreti. Questa è la nuova frontiera della criminalità organizzata napoletana, dove i colpi non si misurano più in colpi di pistola ma in codici rubati e operazioni veloci.

I Carabinieri e la DDA hanno appena smantellato due gruppi criminali legati ai Mazzarella, arrestando 12 persone. Tra i protagonisti emerge un venticinquenne di Pomigliano d’Arco, noto come il “Polacco”, un genio della frode informatica capace di sottrarre tra i 200mila e i 300mila euro in un solo giorno. Il suo talento ha attratto l’attenzione anche delle bande rivali, dimostrando come il profitto tecnologico possa unire nemici storici.

Il “Polacco” inizialmente lavorava per altri clan, ma i vertici delle due famiglie mafiose non potevano lasciarselo scappare. Come racconta un collaboratore di giustizia, le cose non sono andate per tentativi diplomatici: “L’incontro si concluse con l’accordo che dovevamo versare al clan 20.000/30.000 euro a lavoro.” Ma il suo precedente datore di lavoro non poteva accettare di buon grado, e l’escalation di violenza è diventata inevitabile, culminando in una sparatoria davanti alla casa della madre del giovane hacker.

Sei mesi di intercettazioni hanno rivelato l’ingresso della cyber-criminalità nella cultura mafiosa. Con il boss Ciro Mazzarella, limitato nei movimenti, si discute sulla nuova attività il 26 febbraio 2022. Ciro non comprende il cambiamento: “Come si fanno i soldi? Non rubate carte in banca, giusto?”, domanda. Sono parole che svelano un divario generazionale: “Ora si rubano dai server”, risponde un suo parente, portando il clan verso una modernizzazione inimmaginabile.

Ma come avveniva questa nuova forma di furto? Attraverso dati sensibili acquistati illegalmente e un sofisticato sistema di spoofing, gli hacker chiamavano le vittime facendosi passare per operatore bancario. “Tempi record – spiega un pentito – avevamo due ore per prelevare i soldi”. Talenti della strada, come tossicodipendenti, erano sfruttati per aprire conti “usa e getta”, in una spirale di disperazione e violenza.

Secondo testimonianze, la brutalità non è mai lontana: un tossicodipendente che decide di trattenere 10mila euro diventa subito bersaglio di un pestaggio terribile per ridare il maltolto. “La colpa era sua”, raccontano gli affiliati, mostrando come i vecchi metodi di intimidazione restano in uso anche quando il crimine si fa virtuale.

L’inchiesta della DDA non fa solo luce sui guadagni delle bande, ma segna anche un avvertimento per le istituzioni: la camorra non si è estinta, ma si è solo evoluta, invisibile e pericolosa come mai. Le mafie, oggi, si siedono ai terminali delle banche, pronte a colpire.

Resta la domanda: fino a dove si spingeranno nel loro tentativo di dominare un terreno che sembrava lontano anni luce dalla loro cultura?

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