In un’afosa giornata di marzo, l’eco di un colpo di pistola ha inciso per sempre il cuore pulsante di Napoli. Il 12 marzo 2024, l’ingegnere Salvatore Coppola viene freddato in corso Protopisani, un’incrocio che, come tanti altri in città, cela storie di orgoglio e miseria. Oggi, la terza sezione della Corte di Assise ha chiuso il primo capitolo giudiziario di un omicidio che ha scosso San Giovanni a Teduccio.
«Una tragedia che si poteva evitare», commenta uno dei testimoni, con lo sguardo smarrito. La sentenza di primo grado è chiara: 27 anni e sei mesi per Mario De Simone, l’esecutore materiale, e 27 anni per Gennaro Petrucci, l’imprenditore mandante. Una vicenda che affonda le radici in un rancore personale, piuttosto che in dinamiche mafiose come inizialmente sospettato.
L’aria carica di tensione del processo ha rivelato un quadro drammatico. De Simone e Petrucci, entrambi difesi dai legali Melania Costantino e Maria Di Cesare, hanno deciso di confessare. E così, tra le lacrime di chi assisteva in aula, si è delineato un castello accusatorio che ha resistito, portando i giudici a confermare la premeditazione. Ma il movente per il delitto non è stato quello di un clan; no, è un rancore personale che covava da anni, legato alla vendita all’asta di una villa a Portici, un immobile dal valore sentimentale per Petrucci e la moglie, Silvana Fucito, nota per la sua lotta contro il racket.
Ciò che doveva essere un semplice avvertimento, un gesto intimidatorio per far capire a Coppola chi avesse il potere, si è trasformato in un’esecuzione in piena regola. Mario De Simone, spinto dalla promessa di un compenso di 20mila euro, ha sparato un colpo letale alla nuca del suo obiettivo, per evitare di essere riconosciuto. Una cronaca nera che svela dettagli inquietanti: il killer ha ricevuto un anticipo di 500 euro e quattro bottiglie di vino, seguito da pagamenti rateizzati, per un totale di circa 7mila euro.
Il delitto ha fatto tremare il quartiere di San Giovanni, un luogo in cui ogni sparo risuona come un grido disperato. Oggi, mentre i cittadini si interrogano sulle motivazioni e le conseguenze di questa tragedia, rimane aperta la questione: quanto tempo prima che la giustizia possa davvero dire di aver vinto? La tensione non cala; le domande restano senza risposta.