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30 anni di carcere per la faida Camorra a Torretta di Chiaia

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30 anni di carcere per la faida Camorra a Torretta di Chiaia

Nel cuore di Napoli, la battaglia per le strade del “salotto buono” vede condanne ridotte per il clan Strazzullo, mentre la giustizia cerca di arginare le ombre della faida. #Napoli #Giustizia #Clan

Immaginate una Napoli dove le strade affollate di Chiaia, quel quartiere elegante che tutti amano come un salotto storico, diventano teatro di tensioni sotterranee. Qui, la Corte d’appello di Napoli ha recentemente ridimensionato le pene per alcuni membri del clan Strazzullo, legati a una serie di intimidazioni e scontri che hanno segnato il territorio per anni. È una storia che ci ricorda come, anche nei luoghi più vivaci della città, la lotta per il controllo possa esplodere in forme violente, toccando la vita quotidiana di chi ci abita.

Al centro di tutto, c’è un network di “stese” – quelle sparatorie intimidatorie che echeggiano nelle notti – e accuse di racket su parcheggiatori abusivi, visti come intrusi in un territorio conteso. I pm della Direzione Distrettuale Antimafia avevano dipinto il clan come un gruppo deciso a rafforzare la propria presa su Chiaia, sfidando alleanze rivali come il cartello Frizziero-Piccirillo e, in certi momenti, i Cirella. È un conflitto che, come spesso accade in queste storie, nasce da un misto di potere e vendette, ma che finisce per coinvolgere intere comunità, lasciando un segno duraturo sul tessuto sociale.

Il verdetto della quinta sezione della Corte, pronunciato solo ieri, ha portato a una riduzione delle condanne per quattro imputati, un passo che la difesa ha accolto con sollievo. Giovanni Strazzullo, noto come “’o chicco”, è stato condannato a 8 anni e 10 mesi; Mariano Cangiano a 8 anni; Armando Mastroianni a 7 anni; e Gennaro Ruggiero a 6 anni e 10 mesi. Queste sentenze, più leggere rispetto al primo grado emesso dal gip un anno fa – dove Strazzullo aveva ricevuto 12 anni e Mastroianni 10 – riflettono un’evoluzione nel processo, forse un riconoscimento di elementi difensivi, anche se non cancella il peso delle accuse.

Guardando indietro, l’inchiesta della Squadra Mobile, partita dagli arresti dell’estate 2023, ha ricostruito una spirale di violenza durata circa tre anni. Episodi come le minacce a un parcheggiatore abusivo, costretto a cedere il passo con parole che gelano il sangue: «Se non te ne vai da qua ti rompo la testa» e «Devi scomparire, altrimenti ti sparo». Non si trattava solo di parole; c’erano “stese” documentate in vie come Santa Maria della Neve e Camillo Cucca, armi di grosso calibro pronte all’uso, e persino un agguato fallito contro un rivale come Giuseppe Pugliese. Il gruppo, secondo le indagini, imponeva una “tassa” settimanale di 100 euro sui parcheggiatori per permettere loro di lavorare, un meccanismo che trasforma il controllo territoriale in una rete oppressiva, toccando la sopravvivenza di persone comuni.

Queste storie di Napoli ci spingono a riflettere su quanto le faide possano influenzare la quotidianità, alterando il senso di sicurezza in quartieri che dovrebbero essere rifugi di bellezza. È un promemoria che la giustizia, pur con i suoi ritmi e correzioni, continua a navigare acque complesse, cercando di proteggere non solo le strade, ma le vite di chi le percorre.

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