Mar. Gen 27th, 2026

25 arresti e 31 indagati per la Trentatré di Scampia, rete simile a un’azienda di droga

25 arresti e 31 indagati per la Trentatré di Scampia, rete simile a un’azienda di droga

Scampia sotto assedio: la “Trentatré” da piazza di spaccio a vera e propria azienda del crimine, un incubo che colpisce il cuore di Napoli. #Scampia #Antidroga

Immaginate una stradina qualunque di Scampia, dove il viavai quotidiano nasconde un mondo sotterraneo di regole ferree e gerarchie invisibili. Non era solo un angolo per lo spaccio, come emerge dalle indagini; era la “Trentatré”, un’operazione criminale così organizzata da somigliare a un’azienda illegale, capace di resistere nel tempo grazie al clan Amato-Pagano, che forniva protezione e intimidazione. Questa rete, radicata tra via Enzo Striano e via Anna Maria Ortese, distribuiva cocaina, crack, eroina e kobret non solo nel quartiere, ma anche a Chiaiano, Miano, Colli Aminei e fino alla Zona Ospedaliera, toccando vite e famiglie in tutta l’area circostante.

Le indagini, avviate nella primavera del 2022 grazie alle confessioni di due pentiti, hanno svelato come questa struttura criminale fosse ben più di episodi sporadici: un sodalizio vero e proprio, aggravato dal metodo mafioso e dal numero di affiliati. Coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, l’operazione ha portato a un blitz massiccio, con 25 persone finite in carcere, 3 ai domiciliari e 3 indagate a piede libero. È sorprendente pensare che, in luoghi come via Arcangelo Ghisleri, una semplice piazza si trasformasse in un fortino, con rifornimenti che andavano oltre lo spaccio locale, arrivando a consegne a domicilio per mantenere il controllo.

Al vertice, figure come Massimiliano Cafasso e Salvatore Mele fungevano da veri e propri boss, gestendo promozione, fondi e organizzazione, mentre sotto di loro una catena di comando distribuiva ruoli precisi: dai custodi della droga, come Antonio Abbatiello che fino all’agosto 2022 curava stoccaggio e consegne, ai rifornitori come Antonio De Matteo, specializzato in crack. Poi c’erano gli addetti al fronte, con pusher itineranti – tra cui Gennaro Calvino e Cesare Di Domenico – e vedette pronte a segnalare pericoli, rendendo la “Trentatré” operativa 24 ore su 24.

Ma non si trattava solo di droga: le intercettazioni hanno catturato un episodio di violenza camorristica, quando il clan “Abbasc Miano”, legato ai Lo Russo, ha lanciato un attacco nel 2022 per “reclamare” il territorio, con sparatorie che hanno messo a repentaglio la comunità. I sequestri durante gli arresti, eseguiti in varie località tra Napoli e carceri come Poggioreale, hanno fruttato eroina, cocaina e circa 100mila euro in contanti – fondi che, in parte, sostenevano le famiglie dei detenuti, evidenziando come questo business illegale si intrecciasse con la vita quotidiana del quartiere.

“È detersivo, è Dash”, si lamentavano i clienti nelle conversazioni intercettate, “Fumo da trent’anni e so riconoscere la qualità”, parole che rivelano non solo la scarsa qualità della sostanza, ma anche la disperazione di chi ne era dipendente. Al centro di questo caos, Pasquale Luongo, nuovo gestore imposto con la forza, arrancava tra prezzi confusi – come le “pizze” da 13 euro per il crack e 15 per la cocaina – e un linguaggio in codice goffo, che finiva per tradire più di quanto nascondesse. È ironico come, in un mondo fatto di ombre, siano state proprio queste chiacchiere a smascherare l’intera operazione.

La “Trentatré” prosperava grazie al sostegno del clan Amato-Pagano, che assicurava non solo la fornitura, ma anche un controllo intimidatorio sul territorio, trasformando una zona residenziale in un campo di battaglia sotterraneo. Mentre la rete di pusher, vedette e direttori – da Mario Abbatiello a Salvatore Montefusco – manteneva il flusso incessante, il vero prezzo lo pagavano gli abitanti di Scampia, intrappolati in un ciclo di violenza e dipendenza.

Questa storia ci ricorda quanto il crimine organizzato sia radicato nelle pieghe della società, influenzando non solo le strade, ma le vite di chi ci abita, e solleva interrogativi su come proteggere questi territori dal ripetersi di tali dinamiche.

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