Tragedia all’alba a Napoli: il salto nel vuoto di un uomo che ha segnato la città, tra ombre del passato e peso del tempo #Napoli #AddioNotaio
Immaginate l’alba che si affaccia su Corso Vittorio Emanuele, con i primi raggi del sole che sfiorano i balconi di un antico stabile in stile liberty. Qui, in un appartamento all’ottavo piano, si è consumata una storia di dolore e riflessione, quella di Sabatino Santangelo, un notaio di 89 anni che ha lasciato un’impronta indelebile nella Napoli professionale e politica. Non è solo un fatto di cronaca, ma un racconto che ci fa fermare e pensare a quanto fragili possano essere le vite dietro le figure pubbliche.
Quell’istante decisivo è arrivato intorno alle 5 del mattino, quando Santangelo, forse travolto da un turbine interiore, è salito su una sedia e si è gettato dal balcone verso il giardino interno del condominio. Il corpo è stato scoperto poco dopo da un addetto alle pulizie, che ha dato l’allarme, chiamando subito i carabinieri. Mentre la città ancora dormiva, gli investigatori hanno iniziato a tessere i fili di questa vicenda, con un sopralluogo meticoloso nell’appartamento e la notifica al pubblico ministero.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto e affidata al pm, c’è una lettera d’addio, lasciata ai familiari e ora parte del fascicolo. In quelle righe cariche di emozione, Santangelo ha espresso il suo tumulto interiore, un dettaglio che rende umana una notizia altrimenti fredda. L’autopsia, fissata per quella stessa mattina, e le testimonianze sulle sue ultime ore, dipingono un quadro più completo: la sera prima, sembrava sereno, ma un dramma nazionale – quello di Anguillara – lo aveva profondamente turbato, come un’eco di vulnerabilità che risuona in molti di noi.
Per tutti, era semplicemente “Tino”, un mentore per generazioni di notai e un pilastro del mondo forense napoletano. La sua vita era intrecciata con la città: non solo una carriera professionale brillante, ma anche un impegno politico come vicesindaco, dal 2006 al 2011, al fianco di Rosa Russo Iervolino. La notizia ha scosso Napoli, con colleghi, allievi e amici che lo ricordano con affetto, «sottolineando un concetto ricorrente: La sua innocenza». È un promemoria gentile di come le storie personali possano influenzare un’intera comunità, lasciando un vuoto che va oltre le parole.
Ma dietro questa figura rispettata c’era un capitolo ancora aperto: il processo legato alla gestione di Bagnolifutura, una società del Comune di Napoli. Condannato in primo grado, assolto due volte in appello – con la Cassazione che ha annullato le sentenze e rimandato gli atti – Santangelo attendeva il quinto round, fissato per il 6 marzo. Difeso dal suo avvocato di fiducia, ha sempre affermato con convinzione la propria integrità, sia come vicesindaco sia nella gestione della società. Eppure, come spesso accade, il peso di un procedimento che durava da 17 anni poteva gravare sull’anima, anche se i familiari negano qualsiasi legame con il gesto.
Forse era l’età avanzata, o i recenti problemi di salute come una polmonite che lo aveva debilitato, o semplicemente l’avvicinarsi del novantesimo compleanno a intensificare quel senso di stanchezza. In confidenza, pochi giorni prima di Natale, aveva espresso amarezza per un iter giudiziario che sembrava infinito, un sentimento che molti potrebbero condividere di fronte a battaglie legali interminabili. In un momento in cui il dibattito nazionale sulla riforma giudiziaria e la separazione delle carriere è acceso, questa storia ci ricorda quanto le istituzioni tocchino la vita quotidiana, con un misto di dramma e riflessione.
La scomparsa di Santangelo non è solo una perdita per Napoli, ma un invito a riflettere su come le storie individuali intreccino il tessuto della società, lasciando echi che perdurano ben oltre l’alba.
